Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

sabato 24 maggio 2008

FATE COME DICO IO ... NON COME FACCIO IO

Autoritarismo e giustizialismo, sono ormai termini ricorrenti nel vocabolario di quella sottocultura politica e sociale che domina a tutti i livelli l’Italia post elettorale.
Spesso questi dementi che invocano la violenza contro la violenza, l’intolleranza contro la diversità e la costrizione al posto del dialogo, dimenticano però che anch’essi fanno parte della civiltà che vorrebbero “rieducare”, quasi che a loro tutto sia consentito, riservando il moralismo alle sole azioni altrui.
A costoro ho già fatto osservare, in passato, che fotografare e pubblicare sul web l’immagine di un dipendente pubblico, presunto assenteista, si scontra con il fondamentale diritto alla riservatezza, costituzionalmente garantito (pensate al danno che questa persona subirebbe se fosse fotografata all’ingresso di un centro di recupero per tossicodipendenti, in orario di ufficio, mentre legittimamente usufruisce di un permesso breve).
Ovviamente l’autore dell’illecito sarà punito, essendo semplice scoprire la sua identità attraverso l’indirizzo IP dal quale la foto è stata immessa in rete, ma per il soggetto fotografato il danno di immagine potrebbe essere grave ed insanabile.
A questi “sceriffi della legalità” dedico il commento seguente, nella speranza che li aiuti a ridimensionarsi e a fare informazione e corretta piuttosto che demagogia spicciola e dannosa.



Cassazione: se in ufficio naviga troppo su internet il dipendente pubblico rischia la sospensione

ROMA (23 maggio) - I dipendenti pubblici che in ufficio passano il loro tempo su internet e che scaricano su archivi personali materiale non legato al loro lavoro rischiano la sospensione. Un comportamento simile, ha stabilito la Cassazione, può configurare il reato di peculato ed essere punito come le telefonate private fatte dal posto di lavoro.

Applicando questo principio, la Sesta sezione penale della Suprema Corte ha accolto il ricorso della Procura di Bari contro la revoca della sospensione dall'esercizio di pubblico servizio accordata a un dipendente del comune di Trani sorpreso a servirsi «del computer d'ufficio, cui era collegato un masterizzatore dvd, per uso personale usufruendo della rete informatica del comune». Sul pc usato in ufficio da Maurizio D.A. erano stati trovati circa diecimila documenti diversi dal materiale lavorativo, soprattutto materiale pornografico. In appello il Tribunale di Bari aveva revocato l'ordinanza di sospensione cui l'uomo era stato sottoposto sostenendo che «il reato di peculato tutela il patrimonio della Pubblica amministrazione e che questo non poteva essere depauperato da collegamenti al computer comunque sempre collegato alla rete elettrica e telefonica».

La Sesta sezione penale della Cassazione, invece, nella sentenza n. 20326, ha accolto il ricorso della Procura di Bari sottolineando che con il reato di peculato non si offende solo il patrimonio dell'Ente pubblico ma «anche il buon andamento degli uffici della P.A. basato su un rapporto di fiducia e di lealtà col personale dipendente». I giudici ora dovranno rivalutare sia il rapporto di fiducia del dipendente sia i costi delle connessioni ad Internet e rete elettrica per verificare se effettivamente ci siano stati abusi.


da http://www.ilmessaggero.it/

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