Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

lunedì 31 gennaio 2011

Destabilizzare per stabilizzare

Destabilizzare per stabilizzare

La storia dell’umanità non segue un percorso uniforme e lineare, cioè un andamento progressivo caratterizzato da corsi e ricorsi, come asseriva il filosofo napoletano Giambattista Vico. Al contrario, lo sviluppo storico si svolge attraverso una dialettica tra tendenze e forze contrastanti, che innescano cicli violenti e balzi rivoluzionari che non sempre procedono verso un miglioramento e un progresso del genere umano. Gli esempi non mancano, ma per rendersene conto basterebbe riflettere sul funzionamento del potere e sui meccanismi di riproduzione dei rapporti di forza, a cominciare dai rapporti di comando e subordinazione tra le classi sociali, che sono il vero motore della storia.

Nel 1800 la reazione antigiacobina dell’assolutismo monarchico fu crudele e sanguinaria, incarnata dallo spirito codino e sanfedista dei regimi dispotici che ripresero a regnare dopo la Restaurazione sancita dal Congresso di Vienna nel 1815: i Borboni, lo Stato Pontificio, gli Asburgo, i Savoia (che erano tra le dinastie più retrive ed oscurantiste dell’epoca). Oggi lo spirito codino e liberticida è più subdolo e strisciante, assume atteggiamenti solo apparentemente morbidi e indolori, l'oltranzismo forcaiolo si traveste in forme più sfumate e sfaccettate, ma ciò non significa che il potere politico (e quello economico, che agisce dietro le quinte e decide realmente) non sia altrettanto efferato.

A dirla tutta, la natura reale del potere economico e politico nel mondo contemporaneo è tendenzialmente “rivoluzionaria” e “conservatrice” insieme, nella misura in cui il tratto distintivo e dominante del sistema capitalistico è quello di un movimento costantemente teso verso un’azione destabilizzante in senso conservatore, è una sorta di “rivoluzione permanente” programmata e indotta dall’alto, che mira a preservare e rafforzare l’ordine costituito. In questa ottica, le forze eversive che esercitano un ruolo di egemonia e di repressione, non sono di destra ma di centro, in quanto il potere si colloca per definizione, per indole e vocazione al centro degli schieramenti politici.

La chiave di lettura è riassumibile nell’antico adagio “divide et impera”, come insegnavano gli antichi Romani, padroni di un vasto impero, cioè “destabilizzare per stabilizzare”: in sintesi la “formula magica” della cosiddetta “strategia della tensione”, un’arma applicata più volte e mai dismessa, sempre pronta all’uso in quanto funzionale per autorizzare interventi antidemocratici e restrittivi, avallando la conservazione del potere. E’ sufficiente creare un facile e comodo pretesto per scatenare la repressione. I processi “rivoluzionari”, cioè repressivi, possono essere determinati dall’occasione di una crisi innescata dall’alto, quindi dal sistema stesso. E’ quanto sta accadendo nell’attuale momento storico, segnato da una recessione economica internazionale che non è contingente ma strutturale, e che non a caso incoraggia le tendenze più eversive e reazionarie, generando un fenomeno di terzomondizzazione dei rapporti di lavoro e degli stili di vita all’interno delle società capitalisticamente più avanzate dell’occidente.

La realtà mostra lo sfacelo in cui versa la società capitalistica, talmente evidente da non poter essere negato neanche dai fanatici più incalliti della globalizzazione neoliberista, di cui Marx aveva intuito ed enucleato le dinamiche essenziali. La finanziarizzazione sempre più estesa dell’economia e del capitale, la terzomondizzazione del mercato del lavoro, la precarizzazione e la proletarizzazione sempre più diffusa dei lavoratori, la crescente competizione al ribasso e le tensioni sociali conseguenti, la ripresa della lotta di classe e della centralità del lavoro produttivo come necessità per una fuoriuscita dalla crisi globale, sono fenomeni che il vecchio barbuto di Treviri aveva scoperto 150 anni fa.

Oggi le classi dominanti non sono più in condizione di imporre e propugnare un modello di vita credibile, una visione etica rigorosa, un’idea di società e di progresso che sappia infondere nell’animo dei giovani una fiducia nell’avvenire, tranne l’invito a consumare in modo incessante e scellerato le risorse esistenti, destinate ad esaurirsi, cioè beni effimeri legati al consumismo materiale, per cui le classi dirigenti sono lo specchio più patetico della decomposizione sociale. La società occidentale, soprattutto le classi dirigenti sono al tramonto proprio perché è venuto meno il ruolo di supremazia storica svolto dall’occidente nel mondo. Non a caso sono emerse nuove potenze economiche come Cina, India e Brasile, destinate a sconvolgere gli equilibri planetari. Questo è un dato evidente che bisogna riconoscere per comprendere le ripercussioni che si stanno verificando sul tenore di vita delle popolazioni occidentali, come è accaduto ad altre civiltà devastate dalla sete di conquista e di rapina delle potenze coloniali europee.

Il capitalismo è ormai prigioniero di una crisi strutturale e ideologica, per cui non è più in grado di convincere e sedurre la gente, in particolare i giovani. Si pensi a quanto è accaduto in un continente come l’America Latina, attraversato da spinte e fermenti anticapitalistici ed antimperialistici. Si pensi a quanto accade in Europa e in Nord Africa, ai rivolgimenti e ai tumulti di massa che stanno ridisegnando gli assetti di intere nazioni.

Lucio Garofalo

giovedì 27 gennaio 2011

Il Gazzettino dei ragazzi

PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “IL GIORNALINO DELLA SCUOLA ON-LINE”

Il Gazzettino dei ragazzi: uno spazio multimediale che ospita il punto di vista dei ragazzi

E’ nato un giornalino scolastico sul web per aprire un dialogo tra i vari soggetti della comunità scolastica

Il giornalino scolastico è una delle esperienze più efficaci e gratificanti sul piano espressivo, pedagogico, culturale e sociale per i ragazzi di ogni età. Non a caso, il giornalismo scolastico è sempre più diffuso e valorizzato negli istituti di ogni ordine e grado e il giornalino è il prodotto scolastico per eccellenza. Non a caso, anche l’Istituto “V. Criscuoli” di Sant’Angelo dei Lombardi ha deciso di cimentarsi in questo ambito. La novità consiste nel mezzo di comunicazione, ossia Internet, che consente di aggiornare liberamente le pagine del giornalino, eliminando i costi della stampa tipografica.

La redazione del giornalino è composta da un gruppo ristretto ed eterogeneo, ma le pubblicazioni sono aperte a tutti. Infatti, il giornalino intende dar voce ai ragazzi, privilegiando il loro punto di vista e stimolando il loro desiderio di comunicare, favorendo una partecipazione più attiva e cosciente alla vita della scuola. E’ importante che gli alunni imparino ad esprimersi in modo sereno e riflessivo, basandosi sui fatti.

Il progetto si ispira alle finalità stesse della scuola. Il bisogno di esprimersi è insito nella natura umana e l’educazione ha il compito di abilitare gli alunni a comunicare correttamente, a maggior ragione in un mondo complesso e plurale come quello contemporaneo, cioè nella società della comunicazione. Inoltre, tale iniziativa consente di realizzare le finalità proprie dell’educazione alla convivenza democratica, in quanto il senso di un giornalino scolastico è anzitutto quello di contribuire a pensare e scrivere in modo autonomo e cosciente. L’intento del giornalino è l’arricchimento culturale e formativo degli alunni a prescindere da ogni altro scopo non strettamente didattico.

Il titolo della testata è “Il Gazzettino dei ragazzi” ed è stato scelto liberamente dagli alunni attraverso un sondaggio effettuato nelle classi. Il giornalino intende mettere a disposizione di tutti uno spazio di comunicazione on-line per divulgare le esperienze più interessanti compiute a scuola, per esercitare un ruolo di traino e promozione culturale e per creare una memoria storica della nostra scuola. Esso è aperto non solo agli interventi degli alunni, ma anche ad eventuali contributi dei genitori e dei docenti, per incentivare un dialogo fecondo e costruttivo tra i protagonisti della nostra comunità scolastica. Il giornalino on-line è uno spazio a disposizione di chiunque voglia far sentire la propria voce sui problemi riguardanti la vita e il funzionamento della nostra scuola.

Pertanto, si coglie l’occasione per rinnovare l’invito ai docenti affinché compiano un piccolo sforzo per sensibilizzare e sollecitare i loro alunni a scrivere articoli, racconti, poesie ed altro materiale. L’appello è rivolto anche ai genitori per esortarli ad esprimere la propria opinione ed arricchire il pluralismo delle idee. Una sfida senza dubbio difficile, che intendiamo promuovere attraverso la nostra iniziativa culturale.

Link: http://www.istcomprensivocriscuoli.it/Gazzettino%20dei%20ragazzi/index.htm

A cura degli insegnanti responsabili del progetto

Garofalo Lucio, Manfredi Carmelina, Sessa Francesco

La fine di Fini (Atto II)

E GIANFRANCO FINI DISSE:

"SE TULLIANI RISULTA ESSERE IL PROPRIETARIO DELLA CASA DI MONTECARLO MI DIMETTO".


ATTENDIAMO FIDUCIOSI !!!


domenica 9 gennaio 2011

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della "sinistra radicale"

La crisi della Seconda Repubblica e le ambiguità della “sinistra radicale”

Il giorno in cui cadrà la Seconda Repubblica saranno in pochi a rimpiangerla. Con ogni probabilità è stato il periodo più buio ed infausto della storia repubblicana, non solo perché ha coinciso con il lungo e vergognoso ciclo berlusconiano, bensì perché ha rappresentato una iattura per la partecipazione delle masse popolari alla vita politica nazionale e una maledizione per la stessa democrazia rappresentativa borghese.

In questo senso la Seconda Repubblica è stata devastante, nella misura in cui ha eroso i diritti e gli interessi delle classi subalterne, sempre più estranee e distanti dai teatrini del Palazzo, e minato le basi, incompiute e vulnerabili, dello stato sociale italiano.

Inoltre, i vantaggi promessi, cioè la stabilità di governo, non hanno avuto alcun effetto e il Palazzo si è rivelato più ingovernabile di prima. La corruzione della politica è persino più dilagante rispetto al regime precedente. Per non parlare del trasformismo, un male atavico e irriducibile. Basti pensare all’ignobile mercato delle vacche (senza offesa per le vacche) a cui si è assistito in occasione del voto di fiducia del 14 dicembre scorso.

Ma torniamo al tema della libertà politica. Il sistema elettorale vigente, basato sulla legge denominata “Porcellum” riunisce i peggiori difetti del sistema maggioritario e di quello proporzionale. Oltretutto è stato annientato ciò che un tempo il regime proporzionale garantiva in termini di libertà di scelta e di rappresentatività politica ed elettorale, vale a dire il “piacere” di frequentare i propri simili o chi si preferiva, eleggendo chi ci rappresentava realmente, ovvero i referenti politici più attendibili.

Il sistema proporzionale puro, malgrado i limiti e i difetti, consentiva a tutti (o quasi) di essere rappresentati politicamente, mentre oggi la maggioranza reale della popolazione non è e non si sente rappresentata all’interno delle istituzioni. Non a caso è in netta crescita il tasso di astensionismo elettorale consapevole. E ciò è senza dubbio un bene.

A dirla tutta, questo fenomeno non dipende tanto dalla legge elettorale, quanto dal fatto che in un regime capitalistico come quello attuale, le libertà democratiche sono oggettivamente ridotte e mortificate dall’ingerenza delle oligarchie tecnocratiche e finanziarie sovranazionali, vale a dire dai centri di controllo della finanza globalizzata.

La politica ufficiale ha perso la sua credibilità in quanto la gente si rende conto di non riuscire ad incidere in alcun modo sul proprio destino, a meno che non si organizza autonomamente in un movimento di massa. Sta crescendo la consapevolezza che l’intervento nella vita istituzionale non paga come pagano le mobilitazioni di massa.

Lo scollamento tra società e palazzo è un dato fin troppo evidente e scaturisce da molteplici ragioni, soprattutto dalla chiusura autoreferenziale delle istituzioni rappresentative borghesi, che non devono dar conto al popolo che le “elegge”, ma alle oligarchie tecnocratiche che sovrastano il livello degli organismi parlamentari e liberali.

La separazione tra politica e “società civile” ha investito anche e soprattutto la sinistra. Infatti, il divorzio tra le masse popolari, storicamente collocate a sinistra, e i partiti tradizionali della sinistra, o i loro eredi ufficiali, è un discorso più vasto e complesso. Tale frattura ha avuto origine in una serie di eventi che risalgono agli anni ’80 e successivamente gli anni ’90, quando i partiti di massa che rappresentavano la sinistra, a cominciare dal PCI, si sono progressivamente imborghesiti, estraniandosi sempre più dall’immaginario collettivo e dal sentimento popolare che animano le classi subalterne.

Il vuoto che si è creato, in parte è stato occupato e riempito dal “populismo” della Lega Nord, ma in gran parte si esprime attraverso posizioni di protesta e di astensionismo elettorale, che di fatto rappresentano un fenomeno sempre più cosciente e di massa.

Nel panorama politico odierno si presenta senza veli chi tenta di colmare, o quantomeno ridurre, la distanza che separa il “popolo” dalle formazioni politiche di sinistra. Si pensi al caso di Nichi Vendola, il quale dichiara esplicitamente di voler stabilire una “connessione sentimentale” con il suo “popolo”. Per scopi palesemente elettoralistici.

A parte i settori che nel Partito Democratico sono conniventi con gli interessi del capitalismo bancario e confindustriale, si pensi alla ambiguità che fanno capo alla cosiddetta "sinistra radicale", in particolare la Federazione della Sinistra, i cui dirigenti nazionali si attestano su posizioni incerte e poco trasparenti, adiacenti al governismo, che suscitano l’imbarazzo di numerosi elettori e militanti della base. Sorge il fondato sospetto di un appiattimento su una linea priva di una coerente identità classista, distante rispetto ad una scelta di campo apertamente proletaria ed anticapitalista.

Mi riferisco esplicitamente ai quadri dirigenti del PRC, o come diamine si chiama il nuovo soggetto politico nato a sinistra, a quanti hanno abbandonato alla deriva (ideologica e politica) migliaia di compagni e militanti che affollavano i circoli territoriali di base, che non hanno più un'identità culturale precisa, non sanno più come definirsi e non hanno più valori di riferimento teorici e  pratici ai quali aggrapparsi.

L’interrogativo cruciale da porsi è il seguente: cos’è questa Federazione della Sinistra? Un'organizzazione di stampo comunista, o aristo-comunista, un movimento radical-chic e democratico borghese? Un partito riformista? O semplicemente un cartello elettorale?

E’ evidente che si tratta solo di una forzatura dettata dall’attuale contingenza politica, cioè da una ristrutturazione dello scenario parlamentare allo scopo di eliminare i partiti minori. Partitini che alla prova dei fatti si sono rivelati assolutamente deboli, subalterni e impotenti rispetto ai condizionamenti esercitati dai poteri forti: il capitalismo bancario e finanziario, l'establishment militare nordamericano, il Vaticano e via dicendo.

E’ evidente che un rinnovamento effettivo è impossibile se viene concepito come sostituzione dei vertici della nomenclatura, mentre occorre rimediare a problemi più seri, come sconfiggere il "male" dell’opportunismo e del carrierismo che assale burocrati e funzionari di partito, eliminare le contraddizioni insite in una forza politica corrotta dall’ideologia borghese. Non serve rinnovare il personale dirigente se poi i metodi di gestione, di organizzazione e conduzione sono praticamente gli stessi del passato.

 

Lucio Garofalo

mercoledì 5 gennaio 2011

Rivoluzionari e conservatori

Rivoluzionari e conservatori

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati  addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro) “rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un “conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo.   

E’ giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

E’ possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.

Lucio Garofalo

domenica 2 gennaio 2011

L'assassino, le vittime e l'eroe per la salvezza (dell'assassino)

Per non dimenticare ......

Cesare Battisti (delinquente ed assassino)



Pierluigi Torregiani (Gioielliere) Lino Sabbatin (Macellaio) Andrea Campagna (Ufficiale Digos)



Alberto Torregiani (Figlio del gioielliere ucciso) Antonio Santoro (Agente Penitenziaria)

Luiz Inacio Lula Da Silva (ex presidente brasiliano, politico di sinistra e sindacalista)