Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

sabato 10 dicembre 2011

Sacrifici sì, ma non per tutti. La crisi? Smoking e gioielli

Tra una tassa e un aumento, Napolitano e Monti si ritrovano alla Scala. Ma il lusso batte la sobrietà e le "first lady" non rinunciano al vestito griffato.

Per il presidente Napolitano la crisi è drammatica. Per il premier Monti sono a rischio gli stipendi degli statali. Ma siccome siamo in Italia, la situazione, come sempre, è grave ma non seria.


Così ieri sera, dopo aver tagliato le pensioni, tassato le case e aumentato la benzina, Napolitano, Monti e mezzo governo si sono riposati della fatica. Hanno indossato lo smoking migliore e insieme alle mogli vestite da Armani e ingioiellate a dovere si sono buttati tra gli arazzi, gli ori e gli stucchi della Scala di Milano per la prima della stagione. Nulla di illegittimo. Anzi, beati loro. Dico solo che se la stessa cosa l’avessero fatta Berlusconi e soci, all’uscita (ma forse già all’entrata) i tartassati li avrebbero presi a verdure in faccia e oggi i soliti opinionisti sprecherebbero fiumi di inchiostro per indignarsi di fronte allo schiaffo alla miseria e al rigore.
E invece non accadrà nulla del genere. Basta, non si protesta più. Siamo in un’era nuova, ipocrita, moralista e anche un po’ furbetta. La verità viene edulcorata, a volte rimossa. Una sorta di regime di terrore dello spread per tenerci tutti zitti e a posto. Per esempio non è bello scoprire che gli annunciati tagli alla Casta della politica (con i quali Monti aprì la conferenza stampa della stangata) sono una bufala. Nella stesura definitiva della legge, infatti, il governo ha fatto cancellare la data dell’aprile 2013 per l’abrogazione delle Province e rimandato tutto a una legge ordinaria. Cioè a mai. Ce l’hanno forse detto? No, l’hanno scoperto, leggendo le carte e gli allegati, i colleghi del quotidiano Italia Oggi. Del resto il governo Monti ha capito velocemente che non si può fare politica senza la politica. Così, dopo aver accontentato la Casta, ora speriamo che accontenti un po’ anche noi. Per esempio su Ici, superbollo, e pure sulla tassa per le imbarcazioni, le cose non stanno come annunciato. C’è tempo per cambiare, perché la classe media non andrà alla prima della Scala ma non per questo la si può prendere per i fondelli agitando, ovviamente in smoking e sorseggiando champagne, la mannaia del rigore o morte.

venerdì 11 novembre 2011

La Sagra delle Sagre 2011

La Sagra delle Sagre 2011

sabato 12 e domenica 13 novembre 2011
Sant'Angelo dei Lombardi (AV)

"La Sagra delle Sagre 2011″ promossa ed organizzata dall'Associazione Turistica Pro Loco "Alta Irpinia - Sant'Angelo dei Lombardi", si terrà sabato 12 e domenica 13 novembre p.v.con l'obiettivo di valorizzare e promuovere i prodotti tipici locali, l'enogastronomia, l'artigianato artistico e rurale, le tradizioni culturali e popolari dell'Alta Irpinia ed il turismo delle zone interne. "La Sagra delle Sagre", giunta ormai con successo alla XI edizione, si svolge nel suggestivo Centro Storico di Sant'Angelo dei Lombardi; l'importante manifestazione ormai è diventata uno dei più rilevanti appuntamenti turistici della stagione autunnale dell'entroterra campano e delle regioni limitrofe, di fatto questa rassegna chiude la stagione delle sagre; infatti è l'ultimo appuntamento del settore.

Il programma approntato prevede la degustazione di prodotti tipici locali, la presenza delle migliori enoteche della provincia di Avellino, note in tutto il mondo; ci saranno suoni, canti e balli tipici della tradizione contadina altirpina; non mancheranno animazione per bambini, artisti di strada, posteggiatori, gruppi folk e band per giovani che faranno da colonna sonora alla "La Sagra delle Sagre".

Questa manifestazione è diventata la rassegna di tutte le sagre dell'Irpinia, una sorta di vetrina del turismo delle zone interne; propone all'attenzione dei turisti, visitatori e curiosi, i famosi prodotti caseari, in modo particolare il formaggio pecorino, i prosciutti ed insaccati tipici della zona, il miele, i biscotti, i taralli e il pane cotto a legna, e tantissimi altri prodotti, noti per la genuinità, originalità e bontà.

La Pro Loco ha previsto visite guidate ai siti storici più importanti: Cattedrale, Cripta, Centro Storico, Castello Longobardo e Convento di San Marco. Un servizio di navetta collegherà il centro con la meravigliosa e antichissima Abbazia del Goleto.

lunedì 22 agosto 2011

In una lunga notte di agosto ...

E per concludere il più orrendo agosto santangiolese che la storia ricordi ci mancava pure Cisco.  Chi è costui?  Molti si chiederanno.

Trattasi di un poco conosciuto cantante che fa musica impropriamente definita popolare, ex componente della band Modena City Ramblers, il quale propone un repertorio in buona parte mediato dalla più ovvia tradizione sessantottina, tutto imperniato sulle fabbriche che chiudono, sui lavoratori disoccupati e sui figli che non mangiano.

Cito il titolo di alcuni suoi album per dare una idea più precisa ed imparziale: Combat folk, Terra e libertà, Viva la vida, Muera la muerte!, Appunti partigiani, e via così, capito il genere no?

Insomma è una espressione, forse musicalmente valida, di assoluto conformismo ideologico condito con un pò di sentimentalismo politico alla Rosy Bindi, esaltazione di quella demagogia a noi tristemente nota, che personalmente vedo ben rappresentata da quei politici che prima fanno chiudere le fabbriche e poi se la piangono assieme ai lavoratori, quelli si davvero disperati. 


La solita sceneggiata comunista per dirla più brevemente.

Ovviamente ognuno canta quello che gli pare e ciascuno ascolta quello che gli piace, ma pur presupponendo la buona fede del cantante e la sua valenza artistica, opporrei all'autocommiserazione e alla protesta fine a se stessa un po' di serietà e, invece di cantare di diritti e nostalgie, esorterei ad un maggior impegno sul lavoro, talvolta anche a scapito dei diritti, perchè il momento è grave e serio.

Estendendo l'invito a lavorare di più e meglio anche all'amministrazione comunale del mio amato ma martoriato paese, vi saluto e vi rimando a presto, su questo blog, ci sarà molto da leggere e da meditare.

 
E' una promessa!

Con affetto ... Minima (senza Moralia) :-)

lunedì 9 maggio 2011

La saga continua

La saga continua

L’interminabile saga cinematografica consacrata alle gesta epiche dell’Uomo del Monte ha inizio con la cosiddetta “Trilogia del potere”, che comprende tre episodi: “De Mita, la genesi”, “De Mita, l’ascesa“ e “De Mita, l’apoteosi”. I primi tre film della lunga serie dedicata all’epopea demitiana, rievocano l’infanzia e le esperienze politiche giovanili del protagonista a partire dalla nascita in quel di Nusco, un paesino arroccato sui monti irpini, fino a ricostruire la rapida ascesa e la scalata del potere politico, prima sul terreno locale e poi su quello nazionale, quando nelle mani di Super Ciriaco si concentrarono la segreteria nazionale della Democrazia Cristiana e la guida del governo.

In seguito, la saga cinematografica si è arricchita di una nuova trilogia, la cosiddetta “Trilogia dell’eroe”, comprendente altri tre episodi significativi. Il primo dei quali, intitolato “De Mita, la caduta”, descrive la fase discendente della parabola demitiana, ripercorrendo lo scandalo dell’Irpiniagate e le vicissitudini politico-giudiziarie di Tangentopoli che hanno sancito il crollo della Prima Repubblica, decretando la fine ingloriosa del regime craxiano e dell’asse governativo C.A.F. (Craxi/Andreotti/Forlani).

Il secondo episodio ha per titolo “De Mita, il riscatto” e racconta la fase successiva della leggendaria carriera di Super Ciriaco, sopravvissuto eroicamente alla bufera di Mani Pulite, ripercorrendo le tappe della ripresa dopo l’avvento della Seconda Repubblica e la “discesa in campo” del sedicente “nuovo che avanza”, il presunto “Unto del Signore”, in arte “Cavaliere Nero”, alias “Satiro nazionale”, al secolo Silvio Berlusconi da Hardcore.

Il terzo ed ultimo episodio della trilogia in questione si intitola “De Mita, ancora tu?“ e mette in scena le nuove prodezze (ogni riferimento a Prodi è puramente involontario e casuale) del nostro irriducibile eroe, che resiste con tenacia alle avversità del destino.

E’ imminente la proiezione nelle sale cinematografiche dell’ultimo film che chiude (per il momento) la saga mitologica del Signore di Nusco. Il titolo è “De Mita, la vendetta”, scritto, diretto ed interpretato dal mitico Ciriaco in persona. Un film da non perdere.

Il film narra come, dopo l’amara esclusione dalle liste del PD ad opera del finto “buono”, il cinico Veltronix, l’eroe di Nusco decide di abbandonare il partito per aderire alla formazione politica della Rosa Bianca ed infine all’UDC. Da quel momento coverà nell’animo un solo sentimento e un solo scopo: vendicare il torto subito dal perfido nemico. Il quale, con la scusa dell’età, lo ha malamente estromesso dalle candidature spingendolo ad uscire dal partito, dopo che lo stesso Ciriaco aveva concorso alla formazione del PD e al trionfo di Veltronix alle primarie del Partito Demo(n)cratico.

In effetti l’età non c’entra nulla, visto che un altro personaggio più anziano del nostro eroe è convinto dal famigerato Veltronix a candidarsi nelle liste del PD. Il vero motivo dell’epurazione di Ciriaco è l’accento dialettale che tradisce l’origine meridionale, più esattamente irpina. Dunque, Veltronix ha dimostrato di essere un razzista anti-meridionale, ma non ha compreso chi si è inimicato. Ora il nostro eroe ha una ragione in più di vita e può coltivare la più nobile ed eroica tra le passioni umane, cioè la vendetta.

La sete di rivincita lo induce a spendere tutte le sue energie per restituire lo smacco ricevuto dall’acerrimo nemico Veltronix, contribuendo alla capitolazione del PD, ma soprattutto alla sconfitta di un suo “ex pupillo” locale, l’onnipotente sindaco di Lioni.

Le competizioni elettorali che si stanno disputando in questi giorni in alcuni centri dell’Alta Irpinia potrebbero rivelare esiti imprevisti. La campagna elettorale ha già riservato i primi colpi di scena, ma il bello deve ancora venire. Non intendo anticipare le sensazionali sorprese contenute nel film, per cui vi consiglio di non perdere l’epilogo.

La leggendaria saga dell’Uomo del monte, imperatore dell’Alta Irpinia, non si è ancora definitivamente compiuta, ma continuerà ad essere rappresentata sul grande schermo.

To be continued

Lucio Garofalo

domenica 17 aprile 2011

Il demitismo senza De Mita

Il demitismo senza De Mita

Riflessioni satiriche sulla campagna per le elezioni amministrative di Lioni

Chiarisco subito che il presente articolo è a sfondo eroicomico e satirico, e come tale va letto. Un antico adagio recita “la realtà supera la fantasia” e a volte la realtà supera persino la satira. La saggezza popolare ci assiste soprattutto in campagna elettorale. Aggiungo che non conviene ridurre o semplificare troppo la realtà, come non conviene complicare troppo le vicende politiche poiché si rischia di sortire “effetti collaterali” indesiderati e controproducenti, mentre è preziosa l’efficacia comunicativa della satira.

Fatte queste considerazioni preliminari, introduco l’argomento centrale. Diversi anni fa, parafrasando una celebre asserzione di Lenin sull’estremismo come “malattia infantile del comunismo”, ebbi modo di intuire che “il demitismo è la malattia senile di un certo tipo di marxismo”. Alla luce degli sviluppi che mostrano un quadro di involuzioni e serpentine, fughe e transumanze, indugi e tatticismi, acrobazie ed equilibrismi politici che si sono intensificati a livello nazionale e locale, mi pare di dover aggiornare opportunamente la battuta nel seguente modo: “il demitismo senza De Mita è la malattia senile di un certo tipo di ex marxismo”. Per la serie “Sic transit gloria mundi”.

A proposito di De Mita e di demitismo non si può non ricordare il piano di finta industrializzazione imposto negli anni della ricostruzione post-sismica, che ha causato effetti rovinosi per l'ambiente e l'economia locale. In Irpinia, nel corso degli anni ‘80 fu importato un modello di sviluppo assurdo e fittizio, calato da una realtà che non ci appartiene, per cui si è rivelato dannoso e fallimentare. E non poteva essere altrimenti. Per inciso, ricordo che il contesto era quello delle zone interne di montagna. Ricordo le tante ”cattedrali nel deserto” come l’ESI SUD, la IATO e altre industrie fallite, i cui dirigenti, in gran parte provenienti dal Nord Italia, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone sfruttando i cospicui finanziamenti statali previsti dalla Legge 219 del 1981, varata per l’industrializzazione e la ricostruzione delle aree terremotate. Quel disegno di “sviluppo” si basava su una strategia che era miope e fallimentare sin dall’inizio, nella misura in cui non teneva affatto conto delle reali esigenze del mercato locale, ma soprattutto non teneva conto della storia e delle peculiarità tipiche del nostro territorio.

Riprendendo il discorso iniziale occorre notare come in questo turno elettorale, a contendersi la carica di sindaco del Comune di Lioni siano due figure tra loro diverse, ma speculari, della politica locale: l'uno si proclama di centro-sinistra, l'altro fa riferimento ad una “lista civica” che è il travestimento di una coalizione chiaramente di centro o di centro-destra, o viceversa. Non voglio affermare in modo qualunquistico che le posizioni siano intercambiabili, ma non nascondo una certa tentazione a farlo. Probabilmente la differenza tra i due candidati, per certi versi casuale o contingente, è la seguente: l'uno è un ex marxista, ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ex anti demitiano, l'altro è una sorta di outsider, la cui candidatura a sindaco è emersa all’ultimo minuto, come impone ormai la tradizione lionese, ma non è esattamente un neofita, bensì uno degli esponenti relativamente più giovani della “vecchia guardia” socialista, che a Lioni ha sempre avuto una presenza politica di rilevo, quindi anch’egli è, a suo modo, un ex.

Nella precedente campagna elettorale il professore ex demoproletario, ex craxiano, ex demitiano, ricevette l’investitura direttamente dall'alto del Monte ed è stato per un certo periodo il referente ufficiale di De Mita sul territorio comunale, oggi è il candidato alla poltrona di sindaco di una coalizione di centro-sinistra che orbita nel campo di attrazione gravitazionale del PD con una formazione di gregari che ruotano alla stregua di vari satelliti attorno all’”astro” della politica lionese. E' innegabile che tale ”squadra” sia fortemente imperniata sulla figura centrale del “capitano” ed è altrettanto evidente che risenta di un'egemonia personalistica esercitata dal suo “narcisismo intellettuale”. L'altro candidato alla poltrona di sindaco è, ripeto, un “outsider” che ha ricevuto l’investitura dall’alto, benché la decisione sia stata accettata anche dal basso, ma non è accreditato come il più autorevole fra gli esponenti politici lionesi, cioè un demitiano a denominazione d’origine controllata come altri (medici e non) rivendicano di esserlo. In ogni caso non si tratta di un novizio o un neofita sprovveduto, ed ha alle spalle un gruppo agguerrito di “vecchie volpi” della politica locale. A questo punto la situazione relativa alla campagna elettorale per le amministrative lionesi, è ufficiale e definitiva.

Dunque, mi pare che dietro il dualismo insito nell’accesa disputa elettorale si possa afferrare l’inesauribile volontà di conservazione del potere da parte di chi per decenni ha tratto vantaggi dai contrasti interni agli schieramenti politici, a Lioni come altrove, cioè l’Uomo del monte. Questa strategia si riassume così: ”divide et impera”. Trattando seriamente il tema, una cosa è certa: a Lioni dobbiamo rassegnarci all'assenza di un’autentica forza di alternativa al sistema di potere vigente. A Lioni manca da tempo un’opposizione seria, per cui si registra un disavanzo di democrazia, di trasparenza e vigilanza sociale che rischia di favorire l’arbitrio di chi detiene le redini della Pubblica Amministrazione. Al di là dei singoli episodi l’analisi della situazione locale si può sintetizzare nel modo seguente: la differenza tra il contesto odierno e il passato consiste nell’assenza di un soggetto di opposizione sociale e politica. Oggi il dissenso non riesce a manifestarsi e stenta a tradursi in una alternativa credibile, in un progetto di trasformazione concreta dell’assetto politico e sociale lionese. Aggiungo che la mancanza di diritti e tutele a beneficio di chi non dispone di solide amicizie politiche, non riguarda solo la realtà di Lioni. Anche in tempi passati, a Lioni come altrove, se una persona non poteva affidarsi al ”santo in paradiso”, in quanto non aveva agganci con il notabile di turno che deteneva l’esercizio del potere, non contava assolutamente nulla.

Per quanto attiene all'orientamento da seguire rispetto alle circostanze date, non ci sono dubbi: o si accettano abusi e prepotenze, adeguandosi all'andazzo generale e comportandosi in modo vile e conformista, o si inizia ad agire in termini incisivi, provando ad organizzare pratiche di lotta e resistenza civile con tutti quelli che si dichiarano propensi ad un’azione antagonista e ad una mobilitazione collettiva per contrastare l’arbitrio vigente. Sono da evitare le iniziative isolate per non rischiare di subire la classica fine di Don Chisciotte che pretendeva di battersi contro i mulini a vento. In particolare mi rivolgo alle generazioni che in passato hanno subito il ricatto clientelare, la logica per la quale è inevitabile piegarsi alle richieste di voto del candidato di turno per ottenere un posto di lavoro o altri favori elargiti secondo metodi dispotici e feudali applicati tuttora per tenere sotto controllo le popolazioni locali. Non c’è dubbio che tale logica ricattatoria sia accettata anche da chi coltiva aspirazioni politiche (del resto legittime) come la riconferma elettorale dell’incarico di sindaco. In politica chi è realmente democratico non si giudica nei momenti di consenso, ma nei momenti di dissenso. E' facile proclamarsi “democratici” senza sostenere alcun contraddittorio, circondandosi di falsi adulatori che non sanno svolgere un ruolo critico. Il modo in cui si affronta la contestazione è la prova del nove per un vero democratico.

Potrei soffermarmi sulla portata storica e culturale del demitismo e sulle responsabilità del sistema politico rispetto al mancato sviluppo economico delle nostre zone, rispetto al miraggio dell'industrializzazione, rispetto alla disoccupazione diffusa tra i giovani, costretti ad una nuova emigrazione, rispetto allo spopolamento e al degrado delle nostre comunità. Certo, non tutti i mali sono imputabili al signore di Nusco, tuttavia esistono verità che nessuno può smentire se non in mala fede. De Mita è stato il massimo vertice istituzionale di una classe dirigente locale e nazionale che ha dominato la fase della ricostruzione post-sismica, la cui gestione è stata quantomeno discutibile nei metodi e nei fini. De Mita è tuttora in auge ed ha perpetuato il suo potere a livello locale. In Irpinia, il vero problema non è tanto la destra berlusconiana, quanto il centro demitiano. Si pensi ai guasti arrecati da un sistema imperniato sul cinismo di logiche affaristiche, clientelari e paternalistiche riconducibili alla ”scuola” di Nusco, che ha istruito diversi allievi che hanno superato il loro maestro. Senza fare nomi, questi epigoni, veri campioni del demitismo senza De Mita, sono presenti in modo trasversale.

Il potere fa leva su un atavico senso di ”fatalismo” che è il peggior nemico della gente in quanto è indotta a pensare che tutto sia deciso da un destino superiore. In materia di fatalismo e di apatia politica ricordo che Brecht scriveva che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, (…) dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali”. In buona sostanza, se ce ne freghiamo della politica, questa ci frega. Insistendo sul tema, concordo con Gaber sull’idea di libertà come partecipazione politica. Io stesso propugno la massima espressione di democrazia partecipativa, ma ho sempre incontrato enormi difficoltà a praticare questo ideale nell’ambiente in cui vivo. Aggiungo che molto dipende dalle forme e dalle occasioni di partecipazione messe a disposizione dal quadro oggettivo e dalle azioni soggettive possibili. Occorre prendere atto che la realtà politica e sociale di Lioni è oggi profondamente mutata. Non esistono solidi punti di riferimento politico, per cui ognuno partecipa nel modo più compatibile con le condizioni oggettive, con la propria volontà e le potenzialità intellettuali, insomma nel modo più consono alle proprie attitudini individuali, in base alle variabili presenti nel tempo e nello spazio.

Il sottoscritto, ad esempio, partecipa ricorrendo alla parola scritta poiché è l'unica arma di cui dispone. Ma non sempre la parola riesce ad essere “vendicativa”, mordendo il sistema dove è più vulnerabile, denunciando e deridendo la meschinità del potere. La satira è l’arma più efficace per sferzare il potere, metterlo alla berlina denudando i suoi vizi, i suoi limiti e le sue contraddizioni, ridicolizzando la sua superbia. La satira è anche un modo appassionato e partigiano di interpretare la politica e la vita. Più la satira è beffarda e caustica più diventa efficace per combattere e mettere alla gogna il potere. Quanto più il potere si mostra arrogante e volgare, tanto più risulta ridicolo grazie alla forza corrosiva della satira. La satira è diretta e dissacratoria, perciò si addice nel caso in cui bisogna mettere alla berlina l’ideologia più perversa e volgare, quella del denaro.

Chiudo con una provocazione finale. Affarismo, assistenzialismo, clientelismo, parassitismo, sono l'essenza di un sistema politico criminogeno che incoraggia comportamenti disonesti, seminando il germe dell'illegalità. Esempi di questo potere sono il berlusconismo e il demitismo. L'aspetto più inquietante è che tali sistemi possono esistere indipendentemente dai loro iniziatori, sopravvivendo grazie a discepoli in grado di scalzare i “maestri”. Francamente temo molto di più il demitismo senza De Mita.

Lucio Garofalo

martedì 29 marzo 2011

Cristo si è fermato a Lampedusa

Cristo si è fermato a Lampedusa

Esordisco con una testimonianza personale, sia pure solo verbale, di solidarietà e di vicinanza morale nei confronti dei migranti e dei cittadini di Lampedusa, giustamente esasperati dall’inettitudine, dall’arroganza e dal menefreghismo del governo italiano.

L’ignominiosa vicenda di Lampedusa è estremamente paradigmatica nella misura in cui fornisce l’ennesima, agghiacciante conferma (di cui si poteva tranquillamente fare a meno) che i diritti umani sono sistematicamente violati e calpestati nel nostro Paese e poi ci vengono a parlare di interventi “umanitari” da compiere in Libia o altrove. Quanto sta accadendo a Lampedusa è un esempio emblematico e grottesco dell’ipocrisia e della cattiva coscienza del mondo occidentale, nella fattispecie è una rappresentazione inequivocabile del degrado e dell’imbarbarimento politico dell’Italia e dell’Europa.

E’ innegabile che il comportamento del governo Berlusconi di fronte ad una reale e drammatica emergenza umanitaria sia stato quanto meno deprecabile e disonesto, tant’è che nel corso dell’ultima puntata di Anno Zero, a cui erano presenti Gino Strada e Ignazio La Russa, il portavoce di Emergency ha chiesto al ministro che fine avesse fatto il senso di umanità e di civiltà nel nostro “Belpaese”, ma soprattutto tra gli esponenti del governo in carica. Francamente mi è parso come pretendere compassione e comprensione da parte di un muro di pietra. Infatti, dall’altra parte sedeva La Russa.

Ma il “capolavoro” lo ha compiuto Tremonti, che ha tardivamente scoperto la classica “acqua calda” nel momento in cui ha suggerito di soccorrere i popoli arabi “a casa loro” come sento ripetere, senza alcun riscontro pratico, da quando ero ancora in fasce. Il ministro dell’economia ha rilanciato questa vecchia proposta di stampo paternalista e cripto-colonialista per una finalità che è comoda e funzionale agli interessi egoistici e meschini della piccola borghesia “padana” che fa capo alla Lega Nord, evidentemente terrorizzata all’ipotesi di un’invasione in massa di immigrati africani, per cui sta imponendo la “linea dura” che è quella di evitare che i flussi migratori giungano a “casa propria”. L’importante, per costoro, è che l’ondata migratoria resti confinata, finché possibile, nella piccola e remota isola di Lampedusa o in altri luoghi “miserabili” del Sud Italia, tanto chi se ne frega: “sono tutti marocchini”. E’ un’ottica allucinante e miope.

Una persona, evidentemente di buon senso, mi ha posto una domanda oltremodo scontata e legittima, che definirei addirittura ingenua nella sua estrema semplicità e franchezza: “perché non li smistano altrove?”. In effetti questa sembra essere l’unica soluzione possibile e praticabile, oltretutto di facile attuazione nel breve periodo, trattandosi di un’ipotesi pragmatica e di buon senso, eppure non viene eseguita. Perché?

Sinceramente mi pare di poter cogliere una serie di inquietanti analogie con la vicenda, altrettanto obbrobriosa e raccapricciante, dell’immondizia di Napoli, con la differenza (non di poco conto) che ora stiamo parlando di esseri umani, che evidentemente sono considerati e trattati alla stregua dei “rifiuti” in quanto nessuno li accetta a “casa propria”, esattamente come è accaduto con la spazzatura proveniente da Napoli.

L’accostamento tra i rifiuti di Napoli e i “rifiuti umani” di Lampedusa potrebbe risultare una provocazione assurda ed esagerata, ma è probabilmente l’unica chiave interpretativa per spiegare quanto sta accadendo in questi giorni in un paese che si proclama “civile” e che in questi mesi sta festeggiando i 150 anni della sua “unità”.

E’ evidente che nel caso specifico le difficoltà oggettive sono aggravate da fattori di ordine soggettivo, riconducibili cioè all’ambito delle decisioni dettate dai responsabili della politica. Mi riferisco all’inettitudine, all’impreparazione ed alle lentezze, a dir poco grossolane, messe in mostra dalle autorità politiche soprattutto governative, e all’assenza di un’efficace volontà di risoluzione che coincide e si intreccia in qualche misura con una logica becera e razzista che ha l’interesse a generare un elemento di ulteriore conflittualità e lacerazione sociale, che oltretutto fornisce una sorta di “diversivo”, un mezzo di “distrazione di massa” rispetto ad altre vicende ed altre questioni, interne ed esterne, che hanno imbarazzato ed hanno messo alla berlina la figura, già goffa e ridicola, del capo del governo italiano. E non mi riferisco solo agli eclatanti scandali sessuali che ultimamente sono passati, guarda caso, in secondo piano.

Lucio Garofalo

sabato 26 marzo 2011

Lo stillicidio dei suicidi in Irpinia

I quotidiani locali raccontano di un altro drammatico suicidio in Irpinia. A pochi giorni di distanza dal tragico episodio accaduto a Conza della Campania, si registra un nuovo caso a Paternopoli. C’è da chiedersi come mai una provincia come l’Irpinia, che non è densamente popolata, possa detenere un primato così agghiacciante. All’origine di un gesto così estremo i motivi privati sono inaccessibili, nella misura in cui bisognerebbe indagare le dinamiche psicologiche, le ragioni nascoste nella sfera affettiva più intima di una persona. Tuttavia, analizzando il fenomeno nella sua dimensione più ampia, credo si possano individuare due ordini di fattori: le difficoltà economiche e il disagio morale. Credo sia necessario approfondire l’analisi anche a costo di risultare noiosi, avviando un ragionamento sulle cause di un’angoscia sociale sempre più diffusa nelle nostre zone.
Pertanto, se si vuole interpretare l’origine del malessere che affligge l’Irpinia, penso che sia necessario soffermare l’attenzione sul tema della disoccupazione. Questa è una piaga dolorosa della società, una tragedia collettiva che disgrega le famiglie e lacera il tessuto di una comunità, esponendo gli individui al giogo clientelistico locale e ciò mina i diritti e le libertà democratiche. La conseguenza è che i giovani sono spinti ad allontanarsi dal borgo natio per trovare un’occupazione che garantisca loro l’indipendenza economica. In particolare la nuova emigrazione intellettuale è la più grave iattura che possa capitare alle nostre comunità, costrette a privarsi dei figli migliori. La nuova emigrazione si configura quindi come una fuga in massa di cervelli, cioè giovani altamente scolarizzati.
Non è più tollerabile che si tacciano i dati che evidenziano le gravi difficoltà materiali in cui versano le famiglie colpite dalla povertà. Tali disagi sono presenti anche nei piccoli centri di provincia. L’Istat segnala che gli italiani poveri superano gli 8 milioni. Il 22 per cento della popolazione in Italia meridionale versa sotto la soglia di povertà. In Irpinia la percentuale della popolazione povera si attesta oltre il 25 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile ha oltrepassato il 50 per cento: ciò significa che in provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, in Irpinia si diffondono i rapporti di lavoro precari, soprattutto in quella fascia di giovani alla prima occupazione.
Alla disoccupazione si ricollegano altre emergenze sociali che affliggono la nostra provincia e si manifestano nelle nuove forme di devianze giovanili, anzitutto le dipendenze da sostanze alcoliche e stupefacenti. Anche in Irpinia i tossicodipendenti sono centinaia e negli ultimi anni sono aumentati i decessi per overdose. In ogni caso è difficile quantificare le dimensioni di un fenomeno come l’uso di stupefacenti nei nostri paesi. I Servizi Tossicodipendenti non rispecchiano la realtà perché in quei centri si recano gli eroinomani che desiderano assumere il metadone o che sono costretti a seguire una terapia. Nondimeno, è innegabile che piccoli comuni con meno di 4 mila abitanti hanno assistito ad una crescita impressionante del problema negli ultimi anni.
Il Ser.T più vicino alle nostre zone è dislocato nel Comune di Grottaminarda, per cui non è facile da raggiungere. Credo che una proposta costruttiva sia quella di chiedere all’ASL-AV1 l’istituzione di un Ser.T in Alta Irpinia. Ma vista la politica in materia di sanità pubblica temo che non si possa far altro che sbattere contro l’indifferenza, l’inettitudine e l’ipocrisia delle autorità locali, incapaci di interrogarsi seriamente per capire le ragioni di una diffusa disperazione sociale. Cause che coincidono anzitutto con lo stato di emarginazione e precarietà che coinvolge i giovani, ma anche i meno giovani.
Lucio Garofalo

martedì 22 marzo 2011

Guerra e pace in Libia

Guerra e pace in Libia

L’idea di una “guerra per la pace”, come quella che viene propagandata dai mass-media in questi giorni, costituisce un orrendo ossimoro concettuale che tuttavia riesce a riscuotere ampi consensi e simpatie presso l’opinione pubblica mondiale. I concetti di guerra e pace sono un’evidente contraddizione terminologica che nessuno può negare.

Anche in passato si ricorreva ad ossimori concettuali per giustificare le guerre come, ad esempio, le ”guerre sante” (si pensi solo alle crociate in Palestina). Oggi le ”guerre umanitarie”, o ”guerre per la pace”, sono il più sofisticato e, nel contempo, controverso stratagemma lessicale e ideologico inventato dall'imperialismo per ripararsi dietro un volto più ”umano” e più accettabile, perché abilmente camuffato, per coprire i crimini commessi in nome di un ideale assolutamente ipocrita, celando la reale natura del sistema economico-militare capitalista, che è una macchina guerrafondaia e sanguinaria.

Che la causa “nobile” consista poi nella fede religiosa, nella democrazia o nella libertà, nella pace o nell’umanitarismo, è irrilevante in quanto l’intervento bellico è in ogni caso brutale e sanguinoso, ma soprattutto l’ipocrisia che si traveste sotto il falso ideale è la stessa, nella misura in cui gli interessi sono ignobili e disonesti, riconducibili facilmente agli affari neocoloniali delle potenze occidentali che mirano ad impossessarsi delle ricchezze altrui, estorte con la violenza delle armi. Quindi, anche questa è un’altra (l’ennesima) guerra di rapina compiuta in nome della mostruosa ed insaziabile voracità consumistica dell’occidente. Altro che la “guerra umanitaria” o la “guerra per la pace”.

Non è banalmente una questione di pacifismo. La storia dimostra che le guerre non costituiscono la giusta soluzione per questo tipo di problemi, non sono uno strumento utile per salvaguardare i diritti umani, nella misura in cui le guerre non risolvono i problemi ma rischiano di aggravarli e moltiplicarli. Infatti, il principale pericolo che si corre è di incendiare l’intero fronte dei Paesi arabi, incentivando e fomentando le spinte oltranziste ed islamico-integraliste che, almeno finora, erano parse inesistenti o comunque marginali nelle rivolte sociali del Maghreb, causando una pericolosa escalation militare in Medio Oriente, che è una polveriera ad alto rischio di esplosione.

Sgombrando il campo da ogni ipocrisia bisognerebbe porsi almeno un paio di interrogativi. Anzitutto, perché la risoluzione dell’Onu n. 1973 non viene applicata in tutte le circostanze in cui i diritti umani sono violati? Perché si interviene militarmente in Libia ma non si interviene per bloccare, ad esempio, la repressione delle rivolte in Baharein, nello Yemen e negli altri paesi della penisola arabica e del Golfo persico, oppure non si è intervenuto quando Israele commetteva atti di violenza contro la popolazione palestinese della striscia di Gaza? Oltretutto non si può fingere di non sapere che Gheddafi è stato fino ad ieri il principale alleato degli interessi imperialistici occidentali e un ottimo socio in affari del governo Berlusconi e di altre cancellerie europee, in quanto è più facile e conveniente stringere patti scellerati e stipulare intese poco pulite con i regimi tirannici e dittatoriali piuttosto che con governi democratici.

Detto ciò, non bisogna sottovalutare le ragioni riconducibili al controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è uno dei principali produttori, né si può dimenticare, o fingere di non sapere che la Libia del colonnello Gheddafi costituisce da sempre un acquirente importante di armamenti occidentali, in particolare italiani. Ricordiamo che l’Italia risulta tra i primi cinque paesi al mondo nell’esportazione di armi da guerra. Non a caso la resistenza delle truppe libiche, costituite in gran parte da mercenari, si sta rivelando più tenace del previsto anche perché le armi in dotazione all’esercito di Gheddafi sono tecnologicamente avanzate e soprattutto di fabbricazione italiana.

Sulla base del ragionamento esposto, si può asserire che l’intervento bellico in Libia non abbia nulla a che spartire con esigenze di natura “umanitaria” o “pacifista”, né con altre motivazioni più “nobili”, ma c’entra solo il folle e spietato cinismo degli affari, l’arroganza di un sistema economico scellerato, assolutamente privo di scrupoli etici, morali e ideali, l’avidità e la voracità spregiudicata di un capitalismo sprovvisto di umanità e di un minimo di razionalità, mosso esclusivamente da una logica ferrea basata sulle leggi perverse e disumane del profitto privato e del business economico. Nessuna persona dotata di buon senso e di onestà intellettuale può negare l’ignominiosa evidenza di un mondo dominato da pochi operatori finanziari in grado di determinare e condizionare, in modo abietto, le scelte politiche decisive per il destino dell’umanità.

Immagino che tali affermazioni possano suscitare reazioni di sdegno nella misura in cui rivelano l’abominevole realtà di un sistema economico-affaristico criminale, articolato su scala globale, un mostruoso apparato imperialista costruito su metodi scientifici di sfruttamento, di rapina e di estorsione, applicati a livello planetario. Questo sistema mondiale permette a speculatori totalmente privi di scrupoli di approfittare dei più atroci delitti per accumulare colossali "fortune" economiche, appannaggio esclusivo di pochi detentori delle ricchezze mondiali, a discapito del destino di tutti i popoli del pianeta, abitato da oltre sei miliardi di esseri umani, i due terzi dei quali vivono al di sotto della soglia della povertà, in particolare quasi due miliardi di individui si trovano al limite estremo della povertà, sopravvivendo a stento con meno di un euro al giorno.

Tale assetto economico, politico e militare, strutturato su scala globale, favorisce una concentrazione sempre crescente delle ricchezze, del controllo e delle decisioni politiche internazionali, nelle mani di esigue minoranze, avide e corrotte, criminali e prepotenti, capaci di estorcere con la violenza, legale o meno che sia, le risorse materiali ed umane appartenenti ai popoli della Terra, cioè a miliardi di persone, e capaci di sottrarre, con l’inganno e l’astuzia, i risparmi di milioni di piccoli investitori e di semplici lavoratori in tutto il mondo, condannandoli alla fame ed alla miseria. In altri termini, questo sistema globalizzato è costruito in modo tale da accrescere nel tempo le già gravissime sperequazioni sociali e materiali oggi esistenti, approfondendo il divario a forbice tra ricche minoranze sempre più ricche e potenti, da un lato, e dall’altro masse sempre più estese di poveri, destinate ad impoverirsi e disumanizzarsi sempre più. Con l’ascesa e l’espansione del mercato capitalistico a livello mondiale, si è determinato un metodo di distribuzione delle ricchezze sempre più iniquo, irrazionale ed intollerabile per la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini che abitano il nostro pianeta, con conseguenze e costi inimmaginabili per l’equilibrio e la distensione internazionali, tenendo altresì conto delle tendenze demografiche a dir poco esplosive e destabilizzanti in atto nella realtà abnorme di continenti densamente popolati come l’Africa e l’Asia.

Concludo con un’amara constatazione circa il senso racchiuso nei principi fondamentali della nostra Costituzione. Ad esempio l’articolo 11, benché sulla carta sia inviolabile, è stato tradito e vilipeso talmente tante volte da essere diventato lettera morta.

Lucio Garofalo

mercoledì 16 marzo 2011

Indiani d'America e Briganti meridionali

Nel quadro delle celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, che mi procurano un senso di fastidio e di insofferenza, ripropongo questo articolo che ho scritto tre anni fa pensando ad un parallelismo storico tra il genocidio dei Pellerossa e il massacro del Sud Italia.

 

 

Indiani d'America e Briganti meridionali

 

Non c’è dubbio che nel campo delle interpretazioni storiografiche è opportuno evitare atteggiamenti troppo faziosi, dogmatici o apologetici per adottare un approccio possibilmente problematico verso le questioni e i processi storici. Francamente questo spirito libero non c’è nel clima di esaltazione retorica dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Con questo articolo so di andare controcorrente per tentare di recuperare la memoria di due esperienze storiche che sono state letteralmente cancellate dalla storiografia ufficiale. Mi riferisco al destino parallelo degli Indiani d’America e di coloro che sono definiti i “Pellerossa” del Sud Italia: i briganti e i contadini del Regno delle Due Sicilie.

Partiamo dai nativi americani. Dopo la scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo nel 1492, cominciarono a giungere i primi coloni europei. All’epoca il continente nordamericano era popolato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù. Quando i coloni bianchi penetrarono nelle sterminate praterie abitate dai Pellerossa, iniziarono una caccia spietata ai bisonti, il cui numero calò rapidamente causando un rischio di estinzione. In tal modo i cacciatori bianchi contribuirono allo sterminio dei nativi che non potevano vivere senza questi animali da cui ricavavano cibo, pellicce e altro ancora. Ma la strage degli Indiani fu opera soprattutto dell’esercito yankee che per espandersi all'interno del Nord America cacciò ingiustamente i nativi dalle loro terre compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini.

I Pellerossa furono annientati attraverso un sanguinoso genocidio. Oggi i Pellerossa non costituiscono più una nazione essendo stati espropriati non solo della terra che abitavano, ma anche della memoria e dell’identità culturale. Infatti, una parte di essi si è pienamente integrata nella società bianca, mentre una parte minoritaria vive reclusa in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.

Un destino simile, benché in momenti e con dinamiche differenti, associa i Pellerossa e i Meridionali d'Italia. Questi furono chiamati “Briganti”, furono trucidati, torturati, incarcerati, umiliati. Si contarono 266mila morti e quasi 500mila condannati. Uomini, donne, bambini, anziani subirono la stessa sorte. Processi manovrati o assenti, esecuzioni sommarie, confische dei beni. Ma noi Meridionali eravamo cittadini di uno Stato assai ricco. Il piccolo regno dei Savoia era fortemente indebitato con Francia e Inghilterra, per cui doveva rimpinguare le proprie finanze. Il governo sabaudo, guidato dallo scaltro e cinico Camillo Benso conte di Cavour, progettò la più grande rapina della storia moderna: cominciò a denigrare il popolo Meridionale per poi asservirlo invadendone il territorio: il Regno delle Due Sicilie, uno Stato civile e pacifico. Nessuno giunse in nostro soccorso. Solo alcuni fedeli mercenari Svizzeri rimasero a combattere sugli spalti di Gaeta fino alla capitolazione. I vincitori furono spietati. Imposero tasse elevatissime, rastrellarono gli uomini per il servizio di leva obbligatoria (che era già facoltativo nel Regno delle Due Sicilie), si comportarono vigliaccamente verso la popolazione e verso il regolare ma disciolto esercito borbonico, per cui molti insorsero.

Ebbe così inizio la rivolta dei Meridionali. Le leggi repressive furono simili a quelle emanate contro i Pellerossa. Le bande di briganti che lottavano per la loro terra avevano un pizzico di dignità e ideali, combattevano un nemico invasore grazie anche al sostegno delle masse contadine, tradite e ingannate dalle false promesse concesse da Garibaldi.

Contrariamente ad altre interpretazioni storiche non intendo equiparare il Brigantaggio meridionale alla Resistenza antifascista del 1943-45. Anzitutto per la semplice ragione che nel primo caso si è trattato di una vile aggressione militare, di una sanguinosa guerra di conquista coloniale che ha avuto una durata molto più lunga della guerra di liberazione condotta dai partigiani: un intero decennio che va dal 1860 al 1870.

La repressione contro il Brigantaggio fu una vera e propria guerra civile che ha provocato eccidi spaventosi in cui furono massacrati e trucidati centinaia di migliaia di contadini meridionali, persino donne, anziani e bambini, insomma un vero genocidio perpetrato a scapito delle popolazioni del Sud Italia. Una guerra conclusa tragicamente e che ha prodotto drammatiche conseguenza, a cominciare dal fenomeno dell’emigrazione di massa dei meridionali, in pratica un esodo biblico paragonabile alla diaspora del popolo ebraico. Infatti, i meridionali sono sparsi nel mondo ad ogni latitudine, hanno messo radici ovunque facendo la fortuna di intere nazioni come l’Argentina, il Venezuela, l’Uruguay, gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, il Belgio, la Germania, l’Australia, ecc.

Ripeto. Se si vuole comparare la triste vicenda del Brigantaggio e la brutale repressione subita dal popolo meridionale con altre esperienze storiche, credo che l’accostamento più giusto sia appunto quello con i Pellerossa e con le guerre indiane combattute nello stesso periodo, ossia verso la fine del XIX secolo. Guerre che hanno provocato una strage altrettanto raccapricciante, quella dei nativi americani. Un genocidio completamente ignorato e dimenticato, così come quello a danno del popolo del nostro Meridione.

 

In qualche modo condivido il giudizio rispetto al carattere retrivo e antiprogressista delle ragioni politiche che ispirarono le lotte dei briganti meridionali. In politica ciò che è vecchio è quasi sempre reazionario, tuttavia inviterei ad approfondire meglio i motivi sociali e le spinte ideali che animarono la resistenza contro i Piemontesi invasori.

 

Non voglio elencare i numerosi primati detenuti dal Regno delle Due Sicilie in vari settori dell’economia, dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, nel campo sociale e così via, né intendo esternare sentimenti di nostalgia rispetto ad una società arcaica, dispotica e aristocratico-feudale, cioè rispetto ad un passato che fu di barbarie e oscurantismo, ingiustizia e miseria, sfruttamento e asservimento delle plebi rurali. Ma un dato è innegabile: la monarchia sabauda era molto più arretrata, rozza ed ignorante, molto meno moderna e illuminata di quella borbonica. Il Regno delle Due Sicilie era uno Stato più ricco e avanzato del Regno sabaudo, tant’è vero che costituiva un boccone invitante per le principali potenze europee del tempo, Inghilterra e Francia in testa. Questo è un argomento talmente vasto e complesso da esigere un approfondimento adeguato.

 

Infine, una breve chiosa a riguardo delle presunte spinte progressiste che sarebbero incarnate nei processi di unificazione degli Stati nazionali nel XIX secolo e dello Stato europeo oggi. Non mi pare che tali processi “unitari” abbiano garantito un autentico progresso sociale, morale e civile, mentre hanno favorito uno sviluppo prettamente economico. Non a caso l’unificazione dei mercati e dei capitali, prima a livello nazionale ed ora a livello europeo, o globale, non coincide con l’unificazione e l’integrazione dei popoli e delle culture, locali, regionali o nazionali. Ovviamente le forze autenticamente democratiche, progressiste e rivoluzionarie devono puntare al secondo traguardo.

 

Lucio Garofalo

Il presentatore di «annozero»

Santoro scambia volontari per paparazzi
«Scattavamo foto e ci ha insultato»


da http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/salerno/notizie/cronaca/2011/12-marzo-2011/santoro-scambia-volontari-paparazzi-guardavamo-panorama-ci-ha-insultato--190212076789.shtml

sabato 12 marzo 2011

Paz e l'artista "improduttivo"



Paz e l'artista “improduttivo”


Nel film Paz! i personaggi sono tratti dai fumetti di Andrea Pazienza, geniale disegnatore e pittore italiano. Un personaggio, Pentotahl, è l’alter-ego dell’autore. Nel film, Pentothal è interpretato dall’attore Claudio Santamaria. Pentothal è un disegnatore di fumetti sprofondato in uno stato di torpore addirittura atarassico, è un giovane indolente e svogliato, ignavo ed estraniato dal mondo, sempre chiuso in casa con addosso un pigiama. Pentothal è uno studente iscritto al DAMS, Dipartimento delle Arti, Musica e Spettacolo, all’Università degli Studi di Bologna. In effetti, Pentothal rappresenta l’autoritratto di Pazienza, è chiaramente un personaggio autobiografico, come autobiografici sono quasi tutti i personaggi creati dall’estro di Andrea Pazienza.


Nel film Paz! c’è una scena emblematica in cui i compagni del movimento (il contesto del film è la Bologna del 1977) rimproverano Pentothal di essere “improduttivo” ed urlano: “o diventi produttivo o …”, “sei un artista e te ne freghi”, “ce lo caghi che sei un artista!”. In effetti Pazienza, pur essendo un po’ marginale rispetto al Movimento settantasettesco, ne interpretò le ansie, le inquietudini, le ribellioni, le contraddizioni.

Ma chi era Andrea Pazienza? E quale ruolo può svolgere l’artista nella società contemporanea? In che modo l’artista può concorrere al progresso del genere umano?

Andrea Pazienza, scomparso prematuramente nel 1988, è stato uno degli artisti più geniali e poliedrici del panorama fumettistico italiano, nonché un fecondo e notevole autore di illustrazioni di vario genere. Fondamentalmente egli era un pittore prestato al fumetto, per cui è stato un audace sperimentatore che ha rinnovato le tecniche del disegno, un campione impareggiabile dell’arte fumettistica, un autore straordinario che ha fatto scuola ma non ha avuto epigoni in quanto il suo talento era unico ed inimitabile.


Andrea era figlio d’arte in quanto suo padre era professore di educazione artistica e grande acquerellista, mentre sua madre era insegnante di applicazioni tecniche. Quando Andrea cominciò a dedicarsi all’arte del fumetto poté sfruttare un ricco bagaglio di conoscenze pittoriche e letterarie e una raffinata formazione culturale, applicando nel procedimento fumettistico le tecniche e gli stili derivanti dall’arte classica e d’avanguardia, soprattutto la grafica pubblicitaria e l’ironia iconoclasta del movimento dadaista, da cui rimase letteralmente folgorato, avviandolo ad una visione anarcoide del mondo, e dell'arte in particolare. Agli inizi del 1977, proprio al DAMS, Umberto Eco, dopo aver esaminato i suoi disegni, lo segnalò a Oreste del Buono che era all’epoca direttore responsabile di Linus, la più importante e prestigiosa rivista italiana di fumetti, che tra i vari autori ha ospitato le vignette di Altan, Angese e Vauro. Ma Oreste del Buono rispose che le sue storie non erano adatte alla testata da lui diretta. Più tardi Andrea irruppe da solo nella redazione di Linus, presentandosi con una serie di tavole a colori che riscossero l’attenzione di Hugo Pratt e il consenso della redazione. Così, sulle pagine del supplemento Alter Alter, nato da una costola di Linus, Pazienza iniziò a pubblicare la sua prima storia a fumetti, Le Straordinarie avventure di Pentothal, in cui si riflette lo spirito del movimento studentesco, non assimilabile a ideologie prestabilite.


Pazienza ha fondato e collaborato con varie riviste di controcultura, satira e fumetti underground che hanno deriso il conformismo e il perbenismo borghese: si pensi a testate di culto come Cannibale, Il Male, Frigidaire, quindi Corto Maltese, Comic Art e Orient Express nate nei primi anni ’80, nonché inserti satirici come Ottovolante supplemento di Paese Sera, Satyricon di Repubblica, Tango de l’Unità, ed ha partecipato a numerose pubblicazioni editoriali. Tra i suoi personaggi bisogna citare Pentothal, Zanardi, Pompeo ed altri. Una menzione a parte merita Pertini, dedicato alla figura del Presidente della Repubblica più amato dagli italiani per i suoi atteggiamenti informali che si discostavano dall’ufficialità e dai cerimoniali della politica istituzionale. Celebre divenne la copertina disegnata da Paz nel dicembre 1979 per Il Male. Il Presidente in persona chiamò Andrea per congratularsi con lui e chiedergli la copertina in omaggio.


Occorre aggiungere che Pazienza non ha lavorato solo nel campo della nona arte, ossia il fumetto, ma ha svolto un’intensa ed eclettica attività grafica, creando importanti locandine per il cinema e il teatro (ad esempio l’immagine del film La Città delle Donne di Federico Fellini; inoltre, pare che Roberto Benigni volesse affidargli il manifesto del film Il piccolo diavolo, ma la prematura scomparsa dell’artista impedì la realizzazione del progetto), copertine di dischi di Amedeo Minghi, Claudio Lolli, David Riondino, Enzo Avitabile, Roberto Vecchioni, Franz Di Cioccio e la PFM, nonché scenografie, costumi, illustrazioni per cartoni animati, murales e persino per alcune campagne pubblicitarie.


Pare che Andrea Pazienza fosse pigro. Una peculiarità tipica degli artisti geniali è l'indole oziosa, che non significa apatica, né accidiosa. Infatti, molti confondono l'indolenza con l'ignavia e l'indifferenza, che invece sono caratteristiche detestabili. Un altro artista assai famoso e geniale, di indole notoriamente pigra, era Massimo Troisi.

Ma la pigrizia sembra essere una caratteristica quasi antropologica degli italiani. Si tratta indubbiamente di un falso stereotipo e di un facile luogo comune, tuttavia pare che gli italiani siano un popolo di assidui e instancabili grafomani, ma che leggono molto poco. Come si spiega ciò se non con la pigrizia? E' noto, ed è confermato dalle statistiche, che in Italia esistono più scrittori che lettori. Ma al di là dei limiti tecnici e dei talenti personali, non credo sia giusto castrare l’ansia comunicativa che si esprime attraverso l’uso della parola scritta piuttosto che con altri codici extraverbali. Del resto questo desiderio creativo si manifesta anche in altri settori come il disegno, la musica, il teatro, la fotografia. Quanti di noi si sono cimentati in uno di questi campi almeno una volta? Si pensi alle recite teatrali allestite a scuola, alle attività grafiche e pittoriche sperimentate sin dall’infanzia, alle invenzioni artistiche realizzate per puro diletto.


Il vero problema è un altro, vale a dire il rapporto tra la libertà creativa ed espressiva e l’industria culturale, cioè l’economia di mercato. Ogni artista ha dovuto confrontarsi con i propri limiti, ma soprattutto con le contraddizioni insite nel sistema capitalista. In un’economia di mercato i soldi si accumulano vendendo merci. Ebbene, se un talento viene mercificato, cioè ridotto a merce, e come tale messo in vendita, allora è probabile che ci siano discrete possibilità di guadagnare qualcosa, ma in realtà solo le briciole sono destinate all’artista, o allo scrittore, a meno che non si tratti di Umberto Eco e pochi altri personaggi celebri della cultura. Invece, gli utili maggiori vanno nelle tasche dei manager, degli editori, dei padroni dell’industria culturale. Nella società mercantile e consumista di massa, l’arte, il cinema, la letteratura, la musica, sono merci da vendere e comprare, sono prodotti dell’industria culturale e dello spettacolo, finiscono esposte in vetrine televisive come il Maurizio Costanzo Show o altri salotti mediatici.

In un sistema mercantile la qualità estetica è sacrificata in nome della quantità, mentre si valorizzano i criteri commerciali, come un manufatto che ha la proprietà di vendersi in quanto ottiene il gradimento del pubblico, perciò è prodotto su scala industriale. Il mercato tende a svilire le opere di gran pregio, privilegiando e assecondando le esigenze del profitto che non hanno nulla a che spartire con l’ingegno, l’arte e la maestria.

Temo che se nascesse un nuovo Giotto, un nuovo Michelangelo, un nuovo Leonardo da Vinci oppure, citando personaggi più recenti, un nuovo Demetrio Stratos, un nuovo Rino Gaetano, un nuovo Andrea Pazienza, un nuovo Hugo Pratt, autore di Corto maltese, o un nuovo Bonvi, creatore di Sturmtruppen, insomma un talento straordinario dell’arte, del fumetto, della letteratura, della musica, rischierebbe di finire povero e misconosciuto, con scarse probabilità di essere scoperto e nel caso si riuscisse a lanciarlo sul mercato e a pubblicarne le opere, queste non otterrebbero il meritato premio di pubblico, mentre l’industria culturale continuerebbe a promuovere le solite insulsaggini commerciali.


Nel nostro tempo non c’è alcun margine di azione per il mecenatismo che tenti di scoprire e favorire l’arte e il talento. Nella società mercantile e consumista di massa non si potrà mai sviluppare un nuovo Rinascimento artistico e culturale pari a quello che rese magnifico il periodo tra la prima metà del 1400 e la prima metà del 1500, in quanto non avrebbe l’appoggio degli sponsor, degli editori, dei manager e dei padroni dell’industria della cultura e dello spettacolo, troppo presi dai loro interessi affaristici.

Lucio Garofalo


martedì 8 marzo 2011

8 marzo .... Grazie!


Alle donne, quelle vere, che nel silenzioso impegno del loro agire quotidiano, da sempre, cambiano il mondo, migliorandolo un po'.

A tutte queste donne, un omaggio virtuale, meditato e sincero, con affetto, stima e riconoscenza.

GRAZIE!

Riti inutili e significati rimossi

Riti inutili e significati rimossi

Come ogni anno il giorno dell’8 marzo si ripete (sempre più stancamente) la festa della donna, che nel 2011 coincide con un’altra ricorrenza molto celebrata, il Carnevale, con cui condivide forme rituali e modalità gestuali di segno squisitamente edonistico e commerciale, frutto di un processo di totale svuotamento, rimozione o travisamento del valore più autentico e profondo dell’idea di partenza, cioè del senso più antico di una festa laica come l’8 marzo, o di una tradizione pagana e popolare come il Carnevale.

Il valore storico, religioso, laico o politico di una ricorrenza, se non è stato definitivamente azzerato, volgarizzato o frainteso, rappresenta semplicemente la cornice esteriore, un elemento effimero e pletorico, mentre ciò che conta è il primato del dio denaro e della merce, la prassi consumistica standardizzata che annienta ogni capacità di giudizio e riflessione critica, alienando e mistificando la vita delle persone.

Nella società consumista tali ricorrenze, siano esse di origine religiosa come il Natale e la Pasqua, di chiara provenienza pagana come il Martedì grasso, o di matrice politica come il 25 aprile e il 1° maggio, costituiscono una serie interminabile di consuetudini esclusivamente commerciali, prive di ogni altro valore se non quello relativo alla più stolta e volgare mercificazione e all’estrazione del profitto economico individuale.

Si tratta di una sequenza monotona e reiterata di cerimonie ridotte a gesti rituali, consunti e abitudinari che sanciscono la supremazia del mercato e della logica del profitto, l’affermazione dell’edonismo e del cretinismo di massa, che si ripetono con l’acquisto dei regali, la consumazione del pranzo o del cenone, l’alienazione del ballo e dello sballo, in un contesto di conformismo di massa e intorpidimento delle coscienze all’insegna della sfrenatezza e della frivolezza assoluta, nell’esaltazione del disimpegno e del riflusso nella sfera egoistica, futile e meschina dell’individualismo borghese.

Soffermiamoci a riflettere sul senso autentico (ormai rimosso) dell’8 marzo. Mi riferisco al significato politico, intellettuale e sociale che diede luogo a tale manifestazione, non a caso introdotta nello scenario e nell’habitat del movimento socialista, cioè sul terreno fertile delle lotte e delle ragioni della classe operaia internazionale grazie ad un’idea di Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, due donne di grande pensiero e personalità che furono militanti comuniste del proletariato rivoluzionario. Serve quindi una breve ricostruzione storica della cosiddetta “Giornata internazionale della donna” per comprendere il senso originario che nel corso del tempo è stato smarrito, cancellato, svilito o banalizzato.

Durante il VII Congresso della Seconda Internazionale nel 1907, a cui parteciparono delegati provenienti da varie nazioni, tra cui i massimi dirigenti socialisti dell’epoca come Rosa Luxemburg, Clara Zetkin e Lenin, si discusse anche della rivendicazione del suffragio universale esteso alle donne. Su questo tema il Congresso votò una mozione in cui i partiti socialisti si impegnavano per l’applicazione del suffragio universale femminile. La prima “Giornata della donna” fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l'8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un’imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l'8 marzo del 1917 sancì l'inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l'8 marzo si celebrasse la “Giornata internazionale dell'operaia”.

Tenendo dunque presente le ragioni e gli avvenimenti che ispirarono l’istituzione di tale giornata, occorre ribadire e rilanciare con forza l’idea che l’emancipazione femminile sarà possibile solo in una società totalmente affrancata dal bisogno e dallo sfruttamento materiale dell’uomo (e quindi della donna) da parte di altri uomini, vale a dire in una società di liberi ed eguali, in un sistema che sia effettivamente egualitario e comunista.

La festa della donna, così come venne concepita e creata cent’anni fa, è oggi completamente priva di senso, ridotta ad essere un rito vuoto e pleonastico, è la conferma inequivocabile del trionfo capitalista, l’esaltazione dell’ideologia mercantilista borghese e delle sue liturgie sociali, l’estasi del dio denaro e il feticismo della merce, un culto massificato che celebra l’apoteosi dell’edonismo più alienante e dissennato.

Il sistema capitalista esercita un potere diabolico in grado di assorbire e neutralizzare ogni valore ed ogni sentimento, il significato di qualsiasi avvenimento, azione o idea, anche l’iniziativa o il movimento più audace e sovversivo. In altri termini, il sistema consumista di massa costituisce il vero totalitarismo e il vero fascismo, un mostro onnivoro capace di assimilare e divorare tutto, come sosteneva Pasolini oltre 35 anni fa.

Lucio Garofalo

domenica 6 marzo 2011

Pd, imbarazzo sulle firme anti-Berlusconi

Bersani: martedì proverò che l'obiettivo è raggiunto. Ma è polemica per le adesioni fasulle

ROMA - Non c'è trucco e non c'è inganno. A dar credito ai dirigenti del Pd i dieci milioni di firme ci sono tutti e martedì Pier Luigi Bersani mostrerà le prove dell'«obiettivo raggiunto». Ma ormai la storia della petizione contro Berlusconi è diventata un caso, anche al vertice del partito. È davvero possibile tirar su in un mese una così imponente valanga di autografi? E che valore hanno tonnellate di schede fitte di nomi non verificabili? L'iniziativa sarà stata pure «un grande successo», ma anche per il segretario non deve essere stato piacevolissimo scorrere sul suo sito gli elenchi dei sottoscrittori. E incappare in Fico Secco da Acqui Terme, Numa Pompilio da Roma, Herman Goering da Berlino, Zeta di Zorro da Messico City, Al Capone da Minervino Murge e via impallidendo: Hitler e Lenin, Castro e Wojtyla.

I quotidiani di centrodestra satireggiano su Bersani e le «adesioni fasulle» e dal Pd parte la controffensiva, con l'ufficio stampa pronto a giurare che i nomi taroccati sono opera degli amici del premier. «Scottati dal successo della campagna "Berlusconi dimettiti" Libero e Il Giornale attaccano con l'apposizione di firme false», si legge su Partitodemocratico.it, dove ieri la raccolta è stata sospesa per qualche ora per consentire ai tecnici di «ripulire il database».
Quante sono le firme «lo vedremo martedì» glissa il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, il quale davvero non vede «dove sia il problema». Eppure, dai piani alti del Nazareno, un filino di imbarazzo filtra. Se non altro per quel format così libero da consentire a chiunque di imbucarsi. «Per eccesso di trasparenza abbiamo pubblicato le firme in tempo reale - derubrica lo "scandalo" Matteo Orfini, responsabile Cultura e informazione -. Ma l'iniziativa ha superato ogni previsione. E lo dice uno che aveva preso Bersani per pazzo, giudicando i dieci milioni un azzardo». Il dirigente dalemiano si è ricreduto «girando per i banchetti», altri giovani democratici invece sentono odore di buccia di banana.

Il vicepresidente Ivan Scalfarotto, buon conoscitore della rete, parla di errore di comunicazione: «È stata una gaffe, impiccarsi ai numeri è un esercizio sterile. Dovremmo avviare una revisione radicale della comunicazione». Ma Nico Stumpo non si stanca di snocciolare cifre. Ventimila gazebo, quattro milioni di schede inviate alle famiglie... «Sono abituato a lavorare in modo serio - smentisce leggerezze e disfunzioni il responsabile Enti locali -. Qui non si tratta di dimostrare se le firme ci sono o no, è una iniziativa politica e non una petizione legale». Ma intanto il blogger Mario Adinolfi su The Week ironizza sulla «farsa» delle firme elettroniche: «I dieci milioni non esistono, la quota realistica è cinque». Il radicale Marco Cappato abbassa ancora l'asticella e ricorda quando Berlusconi annunciò sette milioni di firme («mai viste») per buttar giù Prodi: «Per un referendum ce ne vogliono 500 mila e non bastano tre mesi».

Stumpo ammette che sì, «con i mezzi ordinari è complicato raccoglierne dieci milioni». E con i mezzi straordinari? «Abbiamo diversi milioni di firme e altri ne arriveranno, anche grazie ai moduli che i circoli hanno imbucato nelle cassette delle lettere». Il sindaco di Bari, Michele Emiliano, ha firmato e si è «sentito un po' patetico, perché Berlusconi se ne frega delle nostre firme».
E su Facebook colleziona commenti l'intervento di Stefano Menichini, uno che più democratico non si può. Il direttore di Europa teme il «boomerang», denuncia «firme inventate, nomi assurdi, nessun controllo», sospetta la «faciloneria di qualche pigro burocrate» e si augura che «qualcuno nel Pd la paghi cara». Parole che fanno infuriare Chiara Geloni, direttore di YouDem: «State attenti voi a sputtanare l'impegno di milioni di persone. Se fossero nove milioni e otto le firme vere, cambierebbe qualcosa?». Il giallo, se di giallo si tratta, sarà svelato martedì. «Bersani dovrà presentarsi col camion...» ironizzano nella minoranza. Ma il portavoce Stefano Di Traglia ridimensiona: «Dieci milioni di firme stanno in un metro cubo».
Monica Guerzoni


da http://www.corriere.it/politica/11_marzo_05/pd-imbarazzo-firme-berlusconi_a3c765b6-46fa-11e0-b6b9-265b0f3bef10.shtml

giovedì 3 marzo 2011

Bersani: il delirio!


Bersani proclama il trionfo dell'iniziativa "BERLUSCONI DIMETTITI", una surreale raccolta di firme per chiedere le dimissioni del Presidente Berlusconi, sebbene egli sia stato democraticamente eletto dal popolo italiano e tutt'oggi goda del sostegno della maggioranza parlamentare.

Aldilà della irrilevanza costituzionale dell'iniziativa, rileviamo l'effettiva presenza di molte firme, tra le quali, sicuramente autentiche, quelle di Giuseppe Garibaldi, di Napoleone Bonaparte, di Silvio Berlusconi, di Hitler e persino dell'orso Yoghi.

Non mi aspetto che mi crediate sulla parola, quindi, vi invito a cliccare sul seguente link per dare una occhiata al sito del PD, dove è pubblicato l'elenco dei firmatari.
Vi consiglio di farlo presto, però, prima che tolgano la lista per la vergogna, l'Italia intera sta ridendo di Bersani e del suo spettacolare "trionfo", altro che bunga bunga.


Vostro .... Minima Moralia :-)

lunedì 28 febbraio 2011

Berlusconi la sinistra e gli asini


Berlusconi dice: è necessario garantire a tutti la libertà di scegliere quale scuola far frequentare ai propri figli, permettendo di accedere alla scuola privata come alternativa ad una scuola pubblica troppo spesso politicizzata e scadente.

La sinistra, strumentalizzando come sempre, parla di attacco alla scuola pubblica, quella stessa scuola pubblica che proprio la sinistra ha massacrato in decenni di riforme senza senso (dai decreti delegati in poi).

Gli asini, senza nemmeno tentare di comprendere, vanno tutti dietro, ragliando in coro felici.

Che tempi ...!
Minima Moralia ;-)

domenica 27 febbraio 2011

La lezione dei popoli magrebini

La lezione dei popoli magrebini

Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all'attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un "effetto domino", come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

L'ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi. Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo