Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

lunedì 28 febbraio 2011

Berlusconi la sinistra e gli asini


Berlusconi dice: è necessario garantire a tutti la libertà di scegliere quale scuola far frequentare ai propri figli, permettendo di accedere alla scuola privata come alternativa ad una scuola pubblica troppo spesso politicizzata e scadente.

La sinistra, strumentalizzando come sempre, parla di attacco alla scuola pubblica, quella stessa scuola pubblica che proprio la sinistra ha massacrato in decenni di riforme senza senso (dai decreti delegati in poi).

Gli asini, senza nemmeno tentare di comprendere, vanno tutti dietro, ragliando in coro felici.

Che tempi ...!
Minima Moralia ;-)

domenica 27 febbraio 2011

La lezione dei popoli magrebini

La lezione dei popoli magrebini

Un fuoco rivoluzionario di vastissime proporzioni arde su tutto il fronte nordafricano, in pratica sulla sponda meridionale del Mediterraneo, a pochi chilometri dalle coste italiane. La fiamma è inizialmente divampata in Algeria, appiccando un incendio che ha contagiato facilmente le altre nazioni magrebine come Tunisia, Marocco, Egitto, nonché parte della penisola arabica, Arabia Saudita, Bahrein, Mauritania, Sudan, Yemen, Giordania, Libano, Siria ed altri Stati che non sono esposti all'attenzione dei mass-media.

In questi giorni l’incendio sta infiammando la Libia del colonnello Gheddafi. Il quale, grazie anche alla complicità criminale del governo Berlusconi e alle armi di fabbricazione italiana, sta massacrando il suo popolo che rivendica maggiori diritti, libertà e un effettivo rinnovamento democratico della società e della politica. E’ il caso di ricordare che l’Italia è il principale fornitore europeo di armi al regime di Gheddafi e il terzo Paese esportatore di armamenti bellici nel mondo, dopo Usa e Gran Bretagna.

Per comprendere la portata degli avvenimenti rivoluzionari di queste settimane non serve la banale spiegazione che suggerisce l’immagine di un "effetto domino", come molti analisti politici teorizzarono per descrivere il crollo dei regimi dell’Est Europeo a partire dall’abbattimento del Muro di Berlino alla fine degli anni ‘80, né la tesi di un “terremoto” politico su ampia scala, come sostengono diversi osservatori odierni, bensì occorre ipotizzare un accumularsi di energie come quello precedente al verificarsi di un evento tellurico, ossia un accumulo di tensioni e di contraddizioni sociali nel quadro di un movimento complessivo paragonabile ad un’espansione tettonica rivoluzionaria.

La tesi complottista secondo cui dietro le rivolte dei popoli arabi si anniderebbero dei “burattinai occulti” che farebbero capo alla solita CIA o al Mossad, cioè i servizi segreti israeliani, è semplicemente ridicola, è una favola, una comoda mistificazione e una riduzione schematica e semplicistica della realtà, che invece è molto più complicata.

L'ondata rivoluzionaria non accenna ad arrestarsi, anzi. Il vento infuocato della rivolta popolare rischia di soffiare ancora e spingersi rapidamente verso il vicino Oriente, investendo l’intera area mediorientale e il Golfo Persico, dove sono in gioco gli interessi economici, strategici e politici più importanti e vitali per l’imperialismo internazionale.

Il significato e gli effetti di queste rivolte trascendono i confini politici nazionali. Siamo di fronte all’inizio di una crisi rivoluzionaria di dimensioni epocali che potrebbe innescare un processo di rottura dei rapporti di forza economici e geo-politici internazionali. Non a caso, gli imperialisti di tutto il mondo temono che altri moti rivoluzionari possano avere luogo in Paesi il cui ruolo è fondamentale come, ad esempio, la Turchia, un prezioso alleato storico della Nato, oppure nei suddetti Stati del Golfo Persico, ricchi di riserve petrolifere indispensabili all’economia capitalistica mondiale.

Le lotte rivoluzionarie del proletariato arabo, in gran parte formato da giovani al di sotto dei 30 anni trascinati da un sincero entusiasmo rivoluzionario, stanno impartendo insegnamenti utili alla fiacca e imborghesita sinistra europea, mostrando al mondo che solo le masse popolari compatte e decise nella lotta rivoluzionaria possono porre termine ad una crisi capitalistica che s’inasprisce sempre più. Le rivolte di piazza nei Paesi magrebini dimostrano che nessun regime politico è invincibile, che le masse proletarie possono rovesciare ogni governo, per quanto dispotico e sanguinario esso sia, che l’appoggio fornito dal sistema imperialista mondiale non basta a mantenerli in vita.

 

Non c’è dubbio che un ruolo determinante per l’esito definitivo e vittorioso di queste rivoluzioni sia svolto dall’esercito, ma pure in altri momenti storici è accaduto che la diserzione dei militari abbia rappresentato un fattore risolutivo per le sorti di una  rivoluzione: si pensi ai soldati e agli ufficiali dell’esercito zarista che scelsero la solidarietà di classe contro i cosiddetti “interessi nazionali”, ponendosi al fianco dell’insurrezione bolscevica in Russia e agevolando la vittoria finale dei Soviet nel 1917.

 

Venendo alla politica estera italiana, non si può non esecrare con fermezza la posizione, assolutamente inaccettabile e scandalosa, a favore del rais libico mantenuta finora dal governo Berlusconi che si ostina a difendere, nei fatti, il regime di Gheddafi. Coloro che oggi proclamano (a parole) di schierarsi con i popoli arabi che “lottano per la democrazia”, fino ad ieri solidarizzavano e facevano affari con i regimi autocratici di quella regione e peroravano la “nobile causa” della “esportazione della democrazia” attraverso la guerra, un disegno strategico funzionale all’imperialismo nordamericano.

 

E naturalmente continueranno a solidarizzare e a siglare affari d’oro anche con i futuri despoti e tiranni. Infatti, le cancellerie politiche occidentali auspicano la classica soluzione di stampo gattopardesco, vale a dire una prospettiva di medio o lungo termine che consenta di cambiare tutto affinché nulla cambi e tutto rimanga come prima.

Lucio Garofalo

lunedì 21 febbraio 2011

Roberto Benigni e l'unità d'Italia

Roberto Benigni e l'unità d'Italia

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all'indirizzo del sultano nazionale. Ma l'unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de "Le mie prigioni", alludendo ai guai giudiziari del premier. 

 

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell'Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

 

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l'anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell'imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d'Europa, come se il primato derivante da un'ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

 

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere "liberati" dall'oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

 

Non a caso nel 1920 sul giornale L'Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.”

 

Ma tant'è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'"eroico" pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il "vincitore" del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l'Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini "il più grande legislatore fra i viventi".

 

L'aver attribuito al primo ministro inglese l'appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell'intervento a Sanremo l'ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l'avanzare dell'età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

 

Del resto, già nel film "La vita è bella" il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell'Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E' vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una "sviolinata" concessa ai signori di Hollywood.

 

Lucio Garofalo

sabato 19 febbraio 2011

La fine di Fini (Atto III)


Lo avevamo detto, ma nessuno ci credeva e ci hanno anche insultati e minacciati via email.

Adesso il fallimento delle ambizioni spropositate di questo piccolo e spocchioso funzionario di partito è sotto gli occhi di tutti.

Non era meglio si fosse dimesso dimostrando un pò di coraggio?

Un pò, però, c'è da capirlo, rinunciare di colpo alle prerogative, prima di tutto economiche, della sua carica non è facile, vivere con i Tulliani deve costare parecchio!

Good luck!


Solo il cognato non molla Fini Verso l'addio altri 9 futuristi
da RealityNews

Il Fli perde anche i suoi big: Urso e Ronchi verso l'addio
da il Giornale

Fli, caduta libera
da Europaquotidiano.it

Fli: requiem del nato, morto e sepolto
da Wakeupnews

Fli in crisi: la maggioranza continua a crescere
da Il Quotidiano Italiano

Fini: prossima fermata il nulla
da Ragionpolitica.it

Un senatore se ne va. A rischio il gruppo di Futuro e Libertà
da La Stampa

Futuro e Libertà si squaglia al Senato
da Il Tempo

domenica 13 febbraio 2011

Radiografia del disagio sociale

Radiografia del disagio sociale

Dal sisma del 1980 sono trascorsi 30 anni che hanno stravolto la realtà della nostra terra, che ha smarrito la fisionomia statica e chiusa mantenuta nei secoli passati non solo sul piano economico, territoriale e paesaggistico, ma anche sul versante etico e spirituale, senza assumere una nuova identità socio-culturale, se non quella del consumismo e dell’edonismo di massa che, nei suoi aspetti più alienanti e regressivi, di appiattimento e omologazione intellettuale, impedisce un’effettiva liberazione dei corpi e delle menti.

Alle antiche lacerazioni si sovrappongono le nuove. La disoccupazione e la conseguente emigrazione giovanile, è drammaticamente dannosa per la nostra gente, che, abbandonata dai suoi migliori cervelli, perde ciò su cui ha investito in termini di affetto, educazione, sostegno economico, ciò su cui ha riposto le proprie speranze per un avvenire migliore. Le piccole comunità “a misura d’uomo” che esistevano 30 anni fa non sono più le stesse e sembra siano trascorsi secoli e non pochi decenni. Tuttavia, la rapidità con cui si sono consumate le tappe di uno sviluppo economico irrazionale e selvaggio, è stata devastante. Anche in Irpinia viene sacrificata ogni forma di solidarietà per esaltare una visione utilitaristica in cui gli individui isolati instaurano relazioni contrattuali, sottovalutando le affinità elettive e i rapporti disinteressati di amicizia.

Basta soffermarsi sul tema del "disagio giovanile" per cogliere gli aspetti inquietanti di un fenomeno diffuso anche nelle nostre zone, spesso considerate “oasi felici", ma che tradiscono un crescente degrado sociale e un imbarbarimento dei rapporti interpersonali. Aggiungo che questo articolo non pretende di fornire una soluzione, ma si propone di sollecitare una riflessione a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che esige nuovi strumenti di indagine e di intervento, non ancora concepiti e messi in opera. Nessuno s’illude di poter esaurire un argomento così vasto e complesso, né di fornire la soluzione "magica" e definitiva. Tuttavia, è possibile (oltre che necessario) lanciare un input per avviare un dibattito corale e plurale intorno a problemi che ormai fanno parte della nostra quotidianità, che lo si voglia ammettere o meno.

Bisogna anzitutto comprendere che il tema delle tossicodipendenze non è di ordine pubblico, benché come tale sia presentato, rinunciando ad un’analisi seria e rigorosa e ad un’azione democratica, per abdicare a favore della repressione poliziesca. Tale scelta non solo non ha mai dissuaso comportamenti ritenuti "devianti", al contrario li ha aggravati. La risposta istituzionale è il ricorso alle forze dell'ordine, come se questo potesse rimediare al malessere diffuso che scaturisce da questioni che non hanno mai ricevuto una soluzione. Sono problemi che richiedono interventi separati, ma esigono un'analisi organica che li inquadri nella loro totalità per tentare di spiegarne le cause.

 

Sgombrando il campo da ogni luogo comune, il problema delle tossicodipendenze appare per ciò che è: una questione educativa e socio-culturale, da un lato, e una grave emergenza sanitaria, dall’altro. È indubbio che alcune sostanze come le "droghe pesanti" siano letali, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, proprio perché proibite, sia acuita. Del resto, qualsiasi comportamento che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone, nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, cioè vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale. Le tossicodipendenze sono solo il sintomo di un malessere più profondo e sotterraneo. La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di una vasta rassegna di studi e di ricerche, malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e devianze troppo spesso sottovalutate. Inoltre, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono ovvie e tantomeno superflue.

 

Occorre puntualizzare che la categoria del "disagio giovanile" è errata e fuorviante dato che il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. Sarebbe più corretto parlare di "disagio sociale", benché il malessere investa soprattutto le fasce dei giovani e degli anziani, cioè i settori più fragili e più esposti alle difficoltà che il vivere quotidiano frappone sul cammino delle persone, senza concedere una possibilità e una speranza di superamento. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione, il ricatto delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro e in generale della stessa qualità della vita, l'assenza di ogni elementare diritto e tutela sociale, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono le condizioni più drammatiche, le cause strutturali che generano il disagio esistenziale dei giovani. Se non si affrontano alla radice tali problemi, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante soprattutto tra i giovani delle nostre comunità.

 

Giovani abbandonati all'angoscia e allo sconforto di una vita precaria, una situazione disperata e disperante, nella misura in cui non consente di nutrire nemmeno la speranza verso un avvenire più sereno e dignitoso. Intere generazioni crescono e studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare. Se restano, i giovani sono soggetti ad esperienze umilianti, come inchinarsi al solito "santo protettore" o farsi mantenere a vita dalle famiglie, che non consentono di ottenere un’indipendenza economica, sociale e politica. Sono situazioni ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni. I giovani fuggono da un contesto sterile e avvilente, le popolazioni invecchiano, i paesi irpini sono destinati ad un inarrestabile decremento demografico. E’ triste scoprire che anche dove vivono poche migliaia di anime, i giovani sono sopraffatti dallo stato delle cose e sono trascinare in comportamenti alienanti e distruttivi. Il malessere diffuso tra i giovani si manifesta attraverso varie forme e raggiunge il suo apice nell’uso di stupefacenti.

 

Bisogna denunciare l’estrema pericolosità sociale derivante dalle risposte alienanti e repressive innescate dal proibizionismo. Malgrado i divieti legati alle norme vigenti, l’inasprimento delle pene derivanti da una legislazione proibizionista, i posti di blocco e i controlli frequenti, le droghe sono ormai una piaga dolorosa anche nelle piccole e ristrette comunità di provincia. Molti giovani perduti nell’eroina o nella cocaina, vari decessi per overdose, specie tra gli adolescenti. I problemi giovanili circoscritti in passato alle metropoli, affliggono oggi pure i piccoli paesi. Anche in questo contesto ha vinto l’individualismo sfrenato in nome del primato che il neoliberismo accorda al mercato e alle relazioni di scambio, rette dalla logica del consumo e del profitto. Oggi la situazione è sfuggita di mano perché è arduo accettare che anche in Irpinia si è verificato l’avvento della globalizzazione, per cui predominano sempre di più tendenze e comportamenti edonistici e consumistici di massa, comprese le devianze più deleterie.

Lucio Garofalo

domenica 6 febbraio 2011

Com'è umano, lei!

Com’è umano, lei!

“Com’è umano, lei!” è una battuta tormentone pronunciata da Giandomenico Fracchia, la maschera buffa e surreale inventata da Paolo Villaggio, che lo interpretò per la prima volta nel 1968 nel programma televisivo Quelli della Domenica. Il timido Fracchia è imparentato con il personaggio tragicomico più famoso ideato da Villaggio, il rag. Ugo Fantozzi, protagonista di una fortunata serie cinematografica e letteraria  (in origine Fantozzi era il protagonista di un racconto umoristico scritto nel 1971 da Villaggio).

Fracchia è l’antesignano involontario di una situazione che, attraverso la finzione letteraria e cinematografica, anticipa e precorre una vicenda reale e paradossale insieme, impietosa e drammatica, per la serie “la realtà supera la fantasia”. Fracchia è l’espressione patetica e grottesca dell’Italia di oggi, una società che diventa sempre più assurda e mostruosa, crudele e disumana oltre ogni limite accettabile.

Nella fattispecie, la “belva umana” è un sindaco leghista che ha minacciato di far licenziare le maestre della Scuola dell'Infanzia di Fossalta di Piave, un piccolo comune in provincia di Venezia. Le insegnanti sono “colpevoli” di un gesto di elementare solidarietà umana nei confronti di una bimba africana di quattro anni, i cui genitori, a causa delle ristrettezze economiche, non potevano permettersi di pagare il servizio della refezione scolastica. Per risolvere il problema le maestre avevano deciso di rinunciare a turno al pasto a cui ciascun insegnante ha diritto durante la pausa mensa, per cederlo all’alunna. Ma l’intervento del sindaco, infuriato per l’atto di generosità (indubbiamente lodevole) compiuto dalle maestre, ha indotto la direttrice ad emanare un ordine di servizio nei loro confronti in base ad una lettera stilata dal primo cittadino in cui, fra le altre cose, si legge: “Si sottolinea che il personale non può cedere il proprio pasto senza incorrere in un danno erariale per il comune di Fossalta di Piave”.

Così, mentre la Gelmini e i funzionari ministeriali gareggiano per dispensare consigli e impartire circolari, sorgono casi di ordinaria ferocia come quello raccontato. Inoltre, s’inaspriscono pregiudizi e rancori suscitati da velenose campagne ideologiche sugli “insegnanti fannulloni”, per cui nascono accuse che diffamano il corpo docente, già mortificato da tempo, una categoria professionale chiamata ad assolvere il compito delicato di formare i cittadini del futuro, per cui meriterebbe molto più rispetto.

D’altronde, le campagne demagogiche sul presunto "parassitismo" degli insegnanti e dei lavoratori statali in genere non sono affatto una novità. Esse servono soprattutto a coprire interessi affaristici. Gli emolumenti salariali assegnati agli insegnanti italiani sono i più bassi in Europa dopo quelli dei colleghi greci e portoghesi. E il governo si ostina a tagliare le risorse, arrecando danni irreversibili al già misero bilancio destinato alla scuola pubblica, dirottando i soldi altrove: alle banche e alle grandi imprese, oppure si pensi agli investimenti militari e ai massicci contributi regalati alle scuole private.

A commento della vicenda sopra descritta vale l’assunto racchiuso in Lettera a una professoressa, il manifesto programmatico della Scuola di Barbiana di don Milani: "Non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali". Un principio che invoca una concezione antiborghese della democrazia. La nostra è una scuola di disuguali inserita in una società sempre più ingiusta, laddove dure contraddizioni e sperequazioni materiali e sociali sono destinate ad aggravarsi. Dinanzi a disuguaglianze crescenti ed allarmanti situazioni di disagio legate alle nuove povertà generate dai fenomeni migratori, la nostra scuola non è attrezzata adeguatamente per fronteggiare tali emergenze anzitutto per ragioni di ordine finanziario. Ogni azione è affidata alla buona volontà, alla generosità, alle capacità, all’ammirevole zelo spontaneo (altro che fannulloni!) degli insegnanti, all'iniziativa autonoma delle istituzioni scolastiche e dei lavoratori delle scuole pubbliche, ormai abbandonate completamente a se stesse.

La stessa "democrazia" non può risolversi in un'offerta, oltretutto insufficiente, di "pari opportunità", riducendosi ad una proposta di uniformità distributiva delle risorse, così come avviene nelle società che hanno applicato un modello di welfare universalistico e indifferenziato. Occorre piuttosto rilanciare l’attenzione verso un’ipotesi di giustizia redistributiva del reddito sociale, intesa in termini di equità sociale e redistribuzione delle ricchezze che sono possibili solo in un altro assetto statale e sociale, in grado di fornire "a ciascuno secondo i propri bisogni" e chiedere ad ognuno "secondo le proprie possibilità". Il che significa ribaltare l'ordinamento sociale vigente, capovolgendo l'idea e la prassi finora applicata e conosciuta di democrazia, di scuola e di stato sociale.

Lucio Garofalo