Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

lunedì 21 febbraio 2011

Roberto Benigni e l'unità d'Italia

Roberto Benigni e l'unità d'Italia

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all'indirizzo del sultano nazionale. Ma l'unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de "Le mie prigioni", alludendo ai guai giudiziari del premier. 

 

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell'Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

 

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l'anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell'imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d'Europa, come se il primato derivante da un'ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

 

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere "liberati" dall'oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

 

Non a caso nel 1920 sul giornale L'Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti.”

 

Ma tant'è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'"eroico" pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il "vincitore" del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l'Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini "il più grande legislatore fra i viventi".

 

L'aver attribuito al primo ministro inglese l'appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell'intervento a Sanremo l'ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l'avanzare dell'età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

 

Del resto, già nel film "La vita è bella" il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell'Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E' vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una "sviolinata" concessa ai signori di Hollywood.

 

Lucio Garofalo

18 commenti:

Non è tutto oro ciò che luccica ha detto...

Sono d'accordo con quasi tutto ciò che hai detto Lucio,ma ci sarebbe anche tanto da dire sulla Resistenza o meglio sulle ombre della Resistenza, un altro capitolo in chiaro-scuro dell' Italia unita.
Dei tanti partigiani liberali cattolici azionisti etc che hanno versato sangue, molti di essi non lo hanno versato per mano dei
nazi-fascisti.
Un esempio è dato dalla morte del fratello di Pasolini che come molti altri aveva il torto(secondo i partigiani rossi) di sognare un' Italia libera non solo dal Fascismo ma anche dalla dittatura rossa e sanguinaria che veniva de est.
E così mentre chi moriva perchè non condivideva ideale comunista, chi li uccideva saliva agli onori della cronaca come eroe e non come carnefice(un po come i savoia con noi meridionali)
Per anni tutto è stato taciuto e quando qualcuno (Pansa)ha pensato bene di denunciarlo ecco la scure della delegittimazione e delle offese da parte di chi, ritenendosi in modo pretestuoso e presuntuoso di essere depositario di massime verità ha pensato bene di impedire, anche con la violenza, ad un cittadino e cronista la fruizione di un elementare diritto contenuto nella costituzione(un po come usa fare Berlusconi). Quella costituzione nata dalla Resistenza e ritenuta essere il primo compromesso storico(ma secondo me è meglio parlare di primo INCIUCIO.

Anonimo ha detto...

Solo un appunto critico al commento precedente. La Costituzione è stata il frutto di un "compromesso storico" nobile sul piano dei valori ideali che hanno fondato la nascente Repubblica, per cui non può essere equiparata ad altri "compromessi" meno nobili, o addirittra a degli "inciuci".

Sveva ha detto...

per garofalo.SArebbe opportuno studiare seriamente la Storia onde evitare affermazioni ridicole, frutto di un sapere molto pseudo, da parte di finti itellettualoidi per i quali qualsiasi commento o sottolineatura e' solo perdita di tempo.E' sacrosanto studiare seriamente la Storia,quella con la s maiuscola!

Anonimo ha detto...

A Sveva chiedo gentilmente di spiegare quali sarebbero le "affermazioni ridicole" contenute nel mio articolo. Altrimenti non posso replicare. Le sue accuse sono molto generiche, per cui non è possibile rispondere se non rimanendo allo stesso livello. Per quanto riguarda la definizione di "intellettualoide" che gentilmente mi attribuisce (ha dimenticato di aggiungere "di sinistra": chissà perché gli intellettualoidi, o pseudo tali, sono sempre, o quasi sempre di sinistra) la cosa non mi offende e non mi turba, anzi.
Ricordo che la storia la scrivono sempre i vincitori, giammai i vinti. Purtroppo, noi meridionali abbiamo smarrito anche la memoria storica delle nostre radici. Questo è molto triste...
Lucio Garofalo

sueva ha detto...

Parto subito dall' affermazione che la storia e' stata scritta dai vincitori e cio'puo' essere vero se si parla di periodi immediatamente successivi agli avvenimenti trascorsi,ma dopo un secolo e mezzo credo che sia doveroso guardare alle "cose" accadute con il giusto distacco,con quel senso critico a cui si ricorre quando ci si vuole credere obiettivi,neutrali,liberi da giudizi, compromessi da scoperte tendenze ideologiche, di destra,di sinista o d' altro.Basta poco perche'i conti che lei fa tanto quadrare, attraverso le sue tante affermazioni, si rivelino approssimativi se non sballati.Cito testualmente alcune sue affermazioni:...processo di unificazione nazionale.....un' aggressione barbarica e terroristica.....spietata colonizzazione,regime crudele e disumano come quello sabaudo.....enormi ricchezze di un territirio bhe non era affatto povero come la falsa retorica dominante.....E' certo che i suoi conti non tornano e pensiamo allo stato di abbandono, di miseria, di analfabetismo in contrade del nostro sud, mai toccate da emancipazione alcuna (nonostante la Napoli capitale che competeva con Paris!)e non certo a causa dell'annessione alla quale lei fa riferimento.Tanti sono stati gli interventi, i tentativi, gli sforzi,da parte dei governi nazionali ma altrettanti sono stati i fallimenti dal momento che non si e' riusciti ad estirpare un sistema culturale perverso che e' il tratto caratterizzante sia dei ceti popolari e, cio' che e' piu' grave) anche di molta parte di ceti progressivamente acculturatisi le cui parole d'ordine erano e sono, ancora oggi,servilismo,clientelismo assistenzialismo disfattismo. Unificazione amministrativa,tassazione diretta e indiretta ,coscrizione obbligatoria non erano certo strumenti del demonio ,ma hanno rappresentato il primo grande passo per fondare finalmente un possibile stato moderno, con un sistema politico sociale amministrativo,laddove latifondo,prebende privilegi erano i soli caratteri costitutivi, gravanti solo sui ceti meno abienti.Allora se contestiamo la storia fatta dai vincitori,quella scritta dai vinti fa ridere o sorridere perche'e' costruita sul nulla,nata da suggestioni ideologiche post-sessantottine e oltre,per esorcizzare tanto squallore che noi poveri meridionali ci ostiniamo a chiamare radici,profonde si' ma incancrenite ab origine.

Minima Moralia ha detto...

Volevo ringraziare Lucio Garofalo e Sueva, per i loro contributi.

Dialogano in modo acceso, ma senza invettiva personale, scrivono in modo così diverso eppure sono accomunati dalla forte esigenza, quasi passione, per la comunicazione finalizzata alla trasmissione delle idee, si collocano politicamente in maniera così differente, ma sono entrambi dei pensatori liberi, suggestionati solo dalla loro cultura e dalla personale visione delle cose.

Tutto questo mi riporta ad un passato lontano, mi trasmette serenità e speranza e mi fa tornare la voglia di scrivere.

La mia riflessione "politica sulla politica" è ostacolata dalla grande apprensione con cui guardo alle vicende dell'Italia contemporanea e dall'angoscia per la pesante eredità che, inesorabilmente, ci accingiamo a lasciare ai nostri figli.

Sarà l'incipiente vecchiaia, ma tanto basta per togliermi completamente il gusto per quel philosophari a me una volta tanto gradito.

Comunque, sono convinto che i grandi problemi italiani abbiano radice nella mala politica e nella corruzione degli ultimi cinquant'anni, ma credo che oggi il vero problema non risieda nella politica, ma nell'assuefazione al mal costume da parte degli italiani e nella disgregazione totale del senso etico comune, non inteso come valore morale assoluto, ma come amor proprio e come senso ed onore di appartenenza ad una comunità.

E' forse proprio la conoscenza e la comprensione della dimensione educativa della storia il problema, abbiamo dimenticato il nostro passato e le nostre origini, oppure, nella migliore delle ipotesi, non ne abbiamo compreso l'importanza ed il valore.

Deleghiamo quindi volentieri al giullare di Stato, l'ardito compito di insegnarci la storia, salvo poi lagnarci perché la storia non è quella, e intanto, come se fosse normale, compensiamo la mezz'ora di "lezione" del compagno Benigni con duecentomila euro, più o meno cinque volte quello che guadagna un operaio per tutta una vita di lavoro.

Abbiamo sempre venduto per poco la nostra dignità, in cambio di un benessere individuale rassicurante ma fine a se stesso, con l'aggravante di averlo fatto in un'epoca in cui era facile per tutti ottenere tutto, sarebbe stato sufficiente avere un po’ di capacità e dedicarci un po’ di impegno, non serviva sporcarsi le mani né chiudere gli occhi per fingere di non vedere.

E così adesso, ci ritroviamo, senza meriti, senza autostima e, in taluni casi senza capacità, a cercare disperatamente di salvaguardare condizioni di vita che non meritiamo, perché non le abbiamo guadagnate ma estorte, o peggio, elemosinate.

Come si dice, Italiani ... brava gente! Ma vaffan****!

Minima Moralia :-(

Anonimo ha detto...

Una doverosa replica a Sueva, divisa in due parti.
Lei ha sentenziato che le mie sarebbero “affermazioni ridicole”, limitandosi ad elencarne qualcuna in un modo appena più specifico e meno generico dopo essere stata sollecitata su mia richiesta, senza tuttavia esplicitare e fondare le sue ragioni su basi davvero solide. Io potrei rovesciare facilmente l’accusa e sostenere che le sue sarebbero argomentazioni ridicole e false, con la differenza che io proverò a dimostrare il perché.
Questo per sottolineare che la verità oggettiva non esiste, soprattutto nel campo storico dove i giudizi sono sempre relativi e (appunto) storicizzabili, mentre la verità assoluta e rivelata, oggetto della teologia, è solo una questione di fede e non è dimostrabile.
Non c’è dubbio che nell’ambito delle interpretazioni storiografiche sarebbe saggio e opportuno evitare atteggiamenti faziosi e apologetici, retorici e dogmatici, per adottare un approccio il più possibile sobrio e disincantato, critico e problematico verso i personaggi e i processi storici. E francamente non mi pare il suo caso, come non è il caso di chi si avvicina al tema dell’unità d’Italia con un atteggiamento aprioristico di esaltazione epica rispetto al cosiddetto Risorgimento e con un preconcetto nei confronti dei “vinti”, vale a dire con la convinzione che il Sud fosse effettivamente una realtà arretrata e sottosviluppata culturalmente, socialmente ed economicamente, quindi da sottomettere e colonizzare militarmente, come purtroppo è accaduto nei fatti.
Proviamo a restituire un po’ di dignità e nobiltà alla nostra memoria, che affonda le sue radici non tanto nel mondo feudale e borbonico (incancrenito o meno), bensì molto più indietro nel tempo: mi limito a richiamare solo l’eredità culturale della Magna Grecia, giusto per citare un facile esempio, ma il discorso sarebbe più vasto e complesso nella misura in cui la storia del Sud è ricca (sottolineo il termine) di contaminazioni culturali tra molteplici e diverse civiltà che hanno contribuito a rendere davvero unico e prezioso il nostro bagaglio storico, il nostro patrimonio culturale, artistico e architettonico.
Infatti, senza chiamare in causa gli influssi della civiltà araba, potrei menzionare i Fenici e ricordare che questi furono un popolo di grandi navigatori che colonizzarono anche le coste dell’Italia meridionale. Le necessità pratiche del commercio li spinsero a cercare un sistema semplice di scrittura, cioè quella alfabetica, di cui i Fenici furono gli inventori, giusto per rendere l’idea della grandezza e dell’importanza di questo popolo antichissimo. Certo, l’alfabeto fenicio comprendeva solo le consonanti, in seguito furono i Greci ad aggiungere le vocali e poi i Romani lo perfezionarono scrivendolo in modo più semplice. Mi limito a ricordare il caso dell'alfabeto, ma il discorso potrebbe proseguire per comprendere quanto nobile, ricca, vasta ed antica sia la storia del Meridione.
Altro che radici “incancrenite ab origine”!
Lucio Garofalo

Anonimo ha detto...

Seconda parte della replica a Sueva.
Sia chiaro un punto, a scanso di equivoci. Non intendo esaltare acriticamente il feudalesimo o civiltà ormai superate, né esternare sentimenti di nostalgia di un passato che fu soprattutto di dolore ed oppressione, di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali meridionali e della servitù della gleba.
Tuttavia, tornando al tema dell’unità d’Italia, vorrei fare alcune osservazioni.
Non si può esaltare il ruolo della casa savoiarda e descrivere i Borbone come fossero un cancro storico. I Borbone erano monarchi, ma di ben altra pasta dei Savoia, veri e propri servi del capitalismo agrario. Rammento che re Carlo di Borbone fu molto amato dai Napoletani, riuscendo ad entrare in sintonia con il popolo e fu artefice di un periodo di grande risveglio economico e culturale per il regno di Napoli dopo secoli di dominazione straniera. Proprio nel periodo di massima crescita avuto con Ferdinando II, il regno precipitò nella miseria e nella disperazione a causa dell’avidità e della rapacità dell’imperialismo britannico e piemontese, che in pochi mesi affossarono i risultati positivi che i Borbone erano riusciti ad ottenere nell'arco di un secolo.
Come si può continuare a credere alla mistificazione risorgimentale che descrive il Regno borbonico come il più regredito d’Italia? Come si può spiegare il fatto che prima del 1861 non esisteva praticamente il fenomeno dell'emigrazione, mentre dopo la cosiddetta "unità d'Italia" sono partiti quasi 20 milioni di contadini meridionali, in pratica un esodo biblico?
Ricordo che l’Italia unificata ebbe il suo battesimo a Napoli, per la precisione a Piazza del Plebiscito: da quell'evento si capì subito quale fosse il tipo di libertà portato dalle truppe savoiarde. L'occupazione piemontese del Sud rappresentò un’operazione di rapina e, dunque, il suo impoverimento. Le industrie furono smantellate e i macchinari venduti agli industriali del Nord con la scusa che si trattava di un bottino di guerra.
Il Meridione fu piegato con le baionette e le fucilazioni dei contadini che resistevano all’imposizione di tasse insopportabili, con la persecuzione di ogni forma di opposizione al potere militare dei Savoia. E questo massacro fu accompagnato da una campagna ideologica per screditare il Mezzogiorno, di cui ancora oggi si avvale la Lega Nord.
Per domare il Sud il governo savoiardo pensò persino di reclutare i camorristi. Molti pregiudicati furono assunti direttamente in carcere e nominati Delegati di Polizia ed è noto che Peppe Cappuccio, il capo della camorra napoletana, godesse di totale immunità e fosse stipendiato dal Ministero degli Interni.
Insomma, ribadisco che non sono filo-borbonico, ma ciò non mi impedisce di attribuire alcuni meriti storici importanti alla casa reale borbonica, così come non mi impedisce di riconoscere i demeriti e le colpe criminali dei Savoia.
Mi permetto di aggiungere altre notizie (fatti storici documentabili) sull’azione di governo dei Borbone.
Quando fu costruita l'officina ferroviaria di Pietrarsa re Ferdinando di Borbone pretese che “gli operanti” avessero una visione panoramica, mare e paesaggio, mentre lavoravano. I lavoratori erano dipendenti della Casa Reale che provvedeva anche al loro vitto. Si trattava di una delle numerose iniziative per spingere il regno fuori dai residui feudali. Vi furono moltissimi personaggi di grande rilievo (ad es. il Principe di Caramanico, Vicerè di Sicilia, illuminista ed amico di Voltaire. Ricordo anche un grande giurista, Marino Guarano, illuminista e ministro di Ferdinando IV) che assecondarono il tentativo di trasformazione del regno, per migliorare lo status delle masse contadine. Non fu possibile per l'inerzia data dalle dimensioni imponenti dei residui feudali e per l'opposizione violenta esercitata dalla nobiltà fondiaria.
Lucio Garofalo

Anonimo ha detto...

In conclusione, questa miserabile retorica nazionalista che offende la verità storica, che cancella delitti e turpitudini, che nasconde vergogne inenarrabili, oppressioni e sfruttamento delle popolazioni meridionali è francamente indecente. Il problema è che lo stesso concetto di "nazione" è un residuo infetto di un'epoca di violenze. L'umanità è una sola e mi interessa molto di più il desiderio di riscatto dei popoli del Maghreb che non la retorica sciovinista esibita per la ricorrenza dei 150 anni dell’unità d’Italia.

Anonimo ha detto...

Ovviamente anche il commento finale è mio. Ho dimenticato di firmarlo.
Lucio Garofalo

il comopolita ha detto...

grazie Sueva per avere acceso un dibattito su un blog ormai quasi morto e sepolto!

Sueva ha detto...

Bentornato ottimo Moralia!

Anonimo ha detto...

Certo che in termini di obiettivita' storica lei prof Garofalo e' proprio un campione:"i meriti dei borboni "i demeriti dei savoia"......,il tutto si commenta da solo,anzi e' incommentabile.Premesso checoncretamentel'Italia nazione si sarebbe dovuta formare in altri tempi e in altri termini 'a prescindere, quindi, dagli uni e dagli altri(mi riferisco ai borboni e ai savoia) se ci fosse stata una reale identita'di popolo e non di individui asserviti da una miriade di genti chiamate etruschi o goti o longobardi o coloni greci.E? possibile fare comprendere come unita' nazionale dovesse necessariamente essere un primo passo per chiamarci italiani,per cominciare a rivendicare una lingua comune con la quale comunicare collettivamente oltre la babele di parlate regionali provinciali paesane di quartiere.Patria e' un sentimento per alcuni molto pulito,priva di degenerazioni o derive nazionaliste,spesso alibi per i denigratori, malati di demagogia di facciata.Tutte le patrie dei popoli fanno un' unica grande patria,il mondo dei popoli.Ed e' per questo che chi scrive puo' affermare senza alcuna incertezza di sentirsi italiana e cittadina del mondo.Cordialmente, nonostante tutto.Sveva.

Anonimo ha detto...

L' ultimo commento e' firmato erroneamente Sveva, anziche' Sueva

Anonimo ha detto...

Io ho già chiarito il mio punto di vista, riconoscendo che nel campo delle interpretazioni storiche non può esistere un'oggettività assoluta in quanto le valutazioni e le analisi relative agli avvenimenti e ai personaggi storici sono sempre relativizzabili. Chi si erge, invece, a "campionessa" di obiettività, è solo lei. Basta riportare testualmente il suo primo commento: "Sarebbe opportuno studiare seriamente la Storia onde evitare affermazioni ridicole, frutto di un sapere molto pseudo, da parte di finti itellettualoidi per i quali qualsiasi commento o sottolineatura e' solo perdita di tempo.E' sacrosanto studiare seriamente la Storia,quella con la s maiuscola!" Dunque, chi parla della Storia con la S maiuscola, è lei, non il sottoscritto.

A proposito del concetto di "patria" cito ancora testualmente le sue parole: "Patria e' un sentimento per alcuni molto pulito,priva di degenerazioni o derive nazionaliste,spesso alibi per i denigratori, malati di demagogia di facciata.Tutte le patrie dei popoli fanno un' unica grande patria,il mondo dei popoli.Ed e' per questo che chi scrive puo' affermare senza alcuna incertezza di sentirsi italiana e cittadina del mondo." Per la serie "poche idee ma confuse".

In tema di "patria" mi permetto di sottolineare che l'espressione "patria" è riconducibile al concetto di "padre", in latino pater. Dunque, la patria si identifica con il patrimonio ereditario, il complesso di beni che abbiamo ricevuto in retaggio dai nostri padri. La patria è l'eredità patrimoniale che comprende anche (e soprattutto) la terra, cioè la ricchezza materiale, ma anche i contenuti spirituali che formano la cultura di nazione. Tuttavia, da che esiste la proprietà privata il concetto di "patria" è servito a dividere gli uomini, a porli gli uni contro gli altri, a metterli in guerra tra loro, per cui il valore della "patria" è diventato uno strumento ideologico al servizio della propaganda nazionalista e militarista.

Personalmente non credo nel concetto di "patria" in quanto sono comunista, per cui penso che i proletari devono far valere gli interessi comuni, che sono indipendenti dalla nazionalità.

Diceva Marx: "Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno."

Lucio Garofalo

Sueva ha detto...

Anche la ricchezza culturale dunque puo' essere assimilabile alla concezione di proprieta' privata di un singolo indviduo,per cui quelli piu' forniti di tale bene si pongono in una condizione di diversita' rispetto ai meno acculturati e, da qui, le molte differenze che non rendono possibile alcun processo in termini di uniformita' sociale.Se ci riferiamo al comunismo,fatte salve le rivendicazioni in nome della costruzione di un uomo nuovo e di una societa' nuova, i risultati deludenti : milioni di morti in nome non del potere proletariato ma di una dittatura uguale a quelle gia'conosciute con il potere appannaggio di una nomenclatura che monopolizzava tutto in modo totalitario,immiserendo i popoli che sottometteva con gli strumenti del terrore? Da qui il dilemma :comunismo o, meglio, un solidarismo sociale o una fratellanza universale?Ci si sentirebbe,se non altro un po' meno anacronistici?Ma e' davvero cosi'?

Anonimo ha detto...

Proviamo a sfatare, se possibile, qualche luogo comune.

Prima di tutto l'uguaglianza materiale, ossia economica e sociale tra gli uomini, non presuppone e non comporta necessariamente una condizione di uniformità e di omologazione culturale. E' impossibile, oltre che avvilente, mostruoso e disumano, pensare che tutti gli individui possano e debbano essere uniformati spiritualmente. Questa era l'aspirazione dei regimi totalitari di destra come, ad esempio, il nazismo di Hitler.

Che poi si debba prendere atto del fallimento di alcune precedenti esperienze storiche del cosiddetto "socialismo reale", per quanto mi riguarda non ho problemi ad ammtterlo. Io ne ho preso coscienza da tempo.

Questa consapevolezza l'avevo maturata anche prima che crollassero quei regimi ormai incancreniti, che nulla avevano di una società autenticamente socialista o comunista, ma neanche collettivista, essendosi trasformati da tempo in una sorta di "capitalismo di stato" (si pensi al gigante cinese, dove il partito ex comunista ha imposto nei fatti una dittatura fascista, benché continui a definirsi solo formalmente, ossia a parole e nei proclami verbali, "comunista"), oppure in una forma burocratizzata di statalismo, come nel caso dell' ex Unione Sovietica e dell'Europa orientale.

Che si debbano ammettere i milioni di morti provocati da quei regimi, è giusto e doveroso farlo, come è giusto ricordare che il regime di Stalin ha perseguitato, incarcerato ed assassinato migliaia di comunisti, anarchici e dissidenti, quasi quanti se ne contarono nel caso dei regimi nazi-fascisti.

Ma al di là delle cifre, che riguardano il passato, dobbiamo rivolgere lo sguardo al presente e prendere atto di un altro fallimento molto più catastrofico, che rischia di condurre l'intero genere umano alla rovina totale e all'autodissoluzione definitiva.

Mi riferisco alla crisi e al fallimento globale del capitalismo, che è sotto gli occhi di tutti e sta all'origine delle ondate di rivolte popolari che iniziano ad estendersi dal Maghreb al resto del mondo, e siamo solo all'inizio. Infatti, direi che siamo in quella fase in cui si accumulano le energie e le tensioni che in seguito esplodono, per cui la vera esplosione rivoluzionaria, il terremoto economico e sociale di cui molti analisti già parlano, non si è ancora verificato.

Anonimo ha detto...

Ho dimenticato di mettere la firma.
Lucio Garofalo