Il terremoto avrebbe dovuto insegnare ad avvicinarsi di più, perchè tutti hanno vissuto lo stesso dolore (R.Venezia)
Non si può scavare, le macerie del cuore sono troppo pesanti (R.
G.)

domenica 13 febbraio 2011

Radiografia del disagio sociale

Radiografia del disagio sociale

Dal sisma del 1980 sono trascorsi 30 anni che hanno stravolto la realtà della nostra terra, che ha smarrito la fisionomia statica e chiusa mantenuta nei secoli passati non solo sul piano economico, territoriale e paesaggistico, ma anche sul versante etico e spirituale, senza assumere una nuova identità socio-culturale, se non quella del consumismo e dell’edonismo di massa che, nei suoi aspetti più alienanti e regressivi, di appiattimento e omologazione intellettuale, impedisce un’effettiva liberazione dei corpi e delle menti.

Alle antiche lacerazioni si sovrappongono le nuove. La disoccupazione e la conseguente emigrazione giovanile, è drammaticamente dannosa per la nostra gente, che, abbandonata dai suoi migliori cervelli, perde ciò su cui ha investito in termini di affetto, educazione, sostegno economico, ciò su cui ha riposto le proprie speranze per un avvenire migliore. Le piccole comunità “a misura d’uomo” che esistevano 30 anni fa non sono più le stesse e sembra siano trascorsi secoli e non pochi decenni. Tuttavia, la rapidità con cui si sono consumate le tappe di uno sviluppo economico irrazionale e selvaggio, è stata devastante. Anche in Irpinia viene sacrificata ogni forma di solidarietà per esaltare una visione utilitaristica in cui gli individui isolati instaurano relazioni contrattuali, sottovalutando le affinità elettive e i rapporti disinteressati di amicizia.

Basta soffermarsi sul tema del "disagio giovanile" per cogliere gli aspetti inquietanti di un fenomeno diffuso anche nelle nostre zone, spesso considerate “oasi felici", ma che tradiscono un crescente degrado sociale e un imbarbarimento dei rapporti interpersonali. Aggiungo che questo articolo non pretende di fornire una soluzione, ma si propone di sollecitare una riflessione a partire dall’innegabile realtà del “disagio giovanile”, che esige nuovi strumenti di indagine e di intervento, non ancora concepiti e messi in opera. Nessuno s’illude di poter esaurire un argomento così vasto e complesso, né di fornire la soluzione "magica" e definitiva. Tuttavia, è possibile (oltre che necessario) lanciare un input per avviare un dibattito corale e plurale intorno a problemi che ormai fanno parte della nostra quotidianità, che lo si voglia ammettere o meno.

Bisogna anzitutto comprendere che il tema delle tossicodipendenze non è di ordine pubblico, benché come tale sia presentato, rinunciando ad un’analisi seria e rigorosa e ad un’azione democratica, per abdicare a favore della repressione poliziesca. Tale scelta non solo non ha mai dissuaso comportamenti ritenuti "devianti", al contrario li ha aggravati. La risposta istituzionale è il ricorso alle forze dell'ordine, come se questo potesse rimediare al malessere diffuso che scaturisce da questioni che non hanno mai ricevuto una soluzione. Sono problemi che richiedono interventi separati, ma esigono un'analisi organica che li inquadri nella loro totalità per tentare di spiegarne le cause.

 

Sgombrando il campo da ogni luogo comune, il problema delle tossicodipendenze appare per ciò che è: una questione educativa e socio-culturale, da un lato, e una grave emergenza sanitaria, dall’altro. È indubbio che alcune sostanze come le "droghe pesanti" siano letali, ma è altrettanto certo che la pericolosità di tali droghe, proprio perché proibite, sia acuita. Del resto, qualsiasi comportamento che generi effetti nocivi per la salute psicofisica delle persone, nella misura in cui viene trattato in termini di ordine pubblico, cioè vietato e perseguito penalmente, rischia di alzare il livello della tensione sociale, degenerando in atti condannati alla clandestinità e alla disapprovazione sociale. Le tossicodipendenze sono solo il sintomo di un malessere più profondo e sotterraneo. La questione del disagio giovanile è da tempo oggetto di una vasta rassegna di studi e di ricerche, malgrado ciò non si conoscono ancora risposte efficaci, mentre l’universo giovanile, anche nelle nostre zone, continua a manifestare aspre contraddizioni, a cominciare dall’emergenza di nuove forme di tossicodipendenza e devianze troppo spesso sottovalutate. Inoltre, rispetto al tema del disagio esistenziale dei giovani si dovrebbero tener presenti alcune nozioni che non sono ovvie e tantomeno superflue.

 

Occorre puntualizzare che la categoria del "disagio giovanile" è errata e fuorviante dato che il disagio non è legato ad una condizione anagrafica. Sarebbe più corretto parlare di "disagio sociale", benché il malessere investa soprattutto le fasce dei giovani e degli anziani, cioè i settori più fragili e più esposti alle difficoltà che il vivere quotidiano frappone sul cammino delle persone, senza concedere una possibilità e una speranza di superamento. La scarsità di un lavoro degno di questo nome, lo spauracchio dell’emigrazione, il ricatto delle clientele elettorali, la crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro e in generale della stessa qualità della vita, l'assenza di ogni elementare diritto e tutela sociale, tranne la protezione assicurata dalla famiglia: queste sono le condizioni più drammatiche, le cause strutturali che generano il disagio esistenziale dei giovani. Se non si affrontano alla radice tali problemi, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante soprattutto tra i giovani delle nostre comunità.

 

Giovani abbandonati all'angoscia e allo sconforto di una vita precaria, una situazione disperata e disperante, nella misura in cui non consente di nutrire nemmeno la speranza verso un avvenire più sereno e dignitoso. Intere generazioni crescono e studiano nella nostra terra, ma poi sono costrette ad emigrare. Se restano, i giovani sono soggetti ad esperienze umilianti, come inchinarsi al solito "santo protettore" o farsi mantenere a vita dalle famiglie, che non consentono di ottenere un’indipendenza economica, sociale e politica. Sono situazioni ricattabili, segnate da dolorose frustrazioni. I giovani fuggono da un contesto sterile e avvilente, le popolazioni invecchiano, i paesi irpini sono destinati ad un inarrestabile decremento demografico. E’ triste scoprire che anche dove vivono poche migliaia di anime, i giovani sono sopraffatti dallo stato delle cose e sono trascinare in comportamenti alienanti e distruttivi. Il malessere diffuso tra i giovani si manifesta attraverso varie forme e raggiunge il suo apice nell’uso di stupefacenti.

 

Bisogna denunciare l’estrema pericolosità sociale derivante dalle risposte alienanti e repressive innescate dal proibizionismo. Malgrado i divieti legati alle norme vigenti, l’inasprimento delle pene derivanti da una legislazione proibizionista, i posti di blocco e i controlli frequenti, le droghe sono ormai una piaga dolorosa anche nelle piccole e ristrette comunità di provincia. Molti giovani perduti nell’eroina o nella cocaina, vari decessi per overdose, specie tra gli adolescenti. I problemi giovanili circoscritti in passato alle metropoli, affliggono oggi pure i piccoli paesi. Anche in questo contesto ha vinto l’individualismo sfrenato in nome del primato che il neoliberismo accorda al mercato e alle relazioni di scambio, rette dalla logica del consumo e del profitto. Oggi la situazione è sfuggita di mano perché è arduo accettare che anche in Irpinia si è verificato l’avvento della globalizzazione, per cui predominano sempre di più tendenze e comportamenti edonistici e consumistici di massa, comprese le devianze più deleterie.

Lucio Garofalo

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